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E tu, perché segui i brand?

di Luca Della Dora in News

Le persone che seguono un brand su Twitter sono più portate ad acquistare e raccomandare i prodotti ai propri contatti rispetto a quelli che interagiscono attraverso Facebook: è quanto emergeva da una ricerca condotta durante il 2010 da iModerate. Lo studio mette in evidenza un divario marcato – com’è evidente osservando i grafici qui sotto – un po’ perché è differente il tipo di interazione, un po’ perché sono differenti le motivazioni e le modalità in cui si entra in contatto con le marche su Twitter piuttosto che su Facebook, dove spesso il Like è “d’impulso”, magari a seguito della stessa azione compiuta da un amico (su Twitter è l’utente a cercare spontaneamente la marca, o il brand ad entrare in contatto con la persona in modo più personale).

Facebook vs Twitter

GetSatisfaction (utilizzando dati provenienti da Razorfish, Econsultancy e SocialMediaToday) ha pubblicato un infographic che approfondisce questi e altri aspetti legati alle motivazioni – ed alle reazioni – che spingono le persone ad entrare in contatto con i brand su Facebook (e MySpace) e Twitter. È interessante osservare come chi segue un brand su Twitter sia solo 1 volta su 4 già consumatore di quella marca – mentre chi lo è su Facebook lo è una volta su 3 – e sia più interessato alle promozioni ed alle offerte speciali dedicate (43.5% contro il 36.9% degli utenti Facebook).

Perche-segui-un-brand

Un altro punto interessante – quello che maggiormente tocca le marche nella pratica – riguarda il comportamento delle persone al momento dell’acquisto: il 47.75% degli utenti Twitter che seguono una marca dichiarano di considerare solitamente l’acquisto di prodotti di quel brand quando si trovano nel punto vendita (contro il 40.9% di chi ha fatto Like su Facebook), e addirittura il 29.61% afferma di comprare regolarmente i prodotti di quel brand (contro il 17.46% di chi è in contatto con la marca attraverso Facebook).

Motivazioni-all-acquisto

Cosa emerge da questo studio? Sicuramente che le persone che utilizzano Twitter – e decidono di seguire i brand che preferiscono – sono coinvolti in una relazione più forte con la marca, che ne trae maggiore beneficio in fase di decisione d’acquisto. La ragione di un maggior coinvolgimento è da ricercarsi nell’approccio più personale offerto dal canale – per la sua stessa natura (la risposta diretta e immediata rende una relazione più “viva”) – e nella fatto che, come dicevo, seguire un brand – e un account in generale – su Twitter è un’azione meno “istintiva” che su Facebook, dove invece spesso il Like avviene, a volte, senza una reale motivazione.


Qui la versione hi-res

La lezione che si può trarre osservando questi numeri è che le marche, su Facebook, devono essere in grado di dialogare in maniera attiva e costante con le persone, dando rilevanza alla conversazione ed ai contenuti condivisi, creando così un rapporto che non sia unidirezionale, ma che metta al centro le persone, facendo sì che il Like non rimanga un’azione fine a sé stessa, ma che offra una vera esperienza.

Secondo voi quali sono invece le cause di queste differenze nelle motivazioni a seguire i brand su due canali così diversi? Vi riconoscete nei dati restituiti dall’infographic o siete degli utenti atipici da questo punto di vista? Lo spazio per i commenti, qui sotto, è a vostra disposizione: usatelo, e non scordate di abbonarvi al nostro feed RSS se volete discutere e restare sempre aggiornati su tutte le novità legate al social web.

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Facebook lancia Deals: Foursquare sta a guardare?

di Luca Della Dora in News

200 milioni di utenti mobile: partiamo da questo dato per capire qual è l’effettivo peso di Facebook Deals. 200 milioni sono infatti le persone che utilizzano Facebook Mobile e che potranno quindi fruire del nuovo servizio annunciato da Zuckerberg il 3 Novembre.

Un peso notevole – verrebbe da dire – soprattutto se confrontato con i poco più di 4 milioni di wannabe-mayor che hanno reso, in questi mesi, Foursquare il LBS (Location Based Service) più appealing e chiacchierato. Ma vediamo un po’ cosa c’è dietro a questi numeri.

Partiamo dal funzionamento di Facebook Deals.

È sufficiente accedere a Facebook Places per registrarsi in un luogo, e potremo scoprire le offerte speciali presenti vicino a noi semplicemente cercando l’icona gialla di fianco al nome dell’esercizio commerciale che la propone.

Facebook ha tratto insegnamento dall’esperienza degli altri LBS già attivi e ha capito che proporre offerte speciali legate esclusivamente al numero o alla frequenza dei check-in sarebbe stato un errore: il livello di coinvolgimento e l’esperienza d’utilizzo ne avrebbero sofferto, rendendo il servizio poco interessante tanto per gli utenti quanto per i business.

Sono state create quindi quattro categorie di offerte speciali:

  • Friend Deal – È la logica dell’acquisto di gruppo: “fai check-in con 5 amici e offrigli un giro di birra, gratis naturlamente!”
  • Loyalty Deal – La naturale evoluzione delle carte fedeltà: si ottiene un riconoscimento in base al numero di check-in in un determinato luogo. È probabilmente la tipologia di offerte più interessante, perché permette di pensare a strategie e azioni specifiche anche di medio/lungo periodo.

Facebook Deals sembra quindi un’opportunità per tutti gli attori coinvolti: le persone usufruiscono di offerte speciali dedicate ai loro gusti e alle loro abitudini; i brand hanno uno strumento completamente gratuito attraverso cui creare awareness e attirare consumatori in-store (non dimentichiamo due aspetti: creare offerte speciali con Facebook Deals è completamente gratuito ed immediato – qui trovate un breve how to; ogni check-in viene condiviso attraverso Facebook con tutti i contatti dell’utente); e Facebook? Facebook per ora incrementa l’engagement della sua base utenti, ma nel lungo periodo potrà replicare quanto accaduto con Google AdWords, e sfruttare la volontà di differenziarsi dei brand, che non si accontenteranno più della offerte speciali standard, ma vorranno qualcosa di specifico e personalizzato.

Vedremo quindi sventolare una bandiera bianca al 36 di Cooper Square – sede di Foursquare – o dobbiamo aspettarci una risposta da parte di Crowley? Stando ha quanto ha dichiarato durante l’ad:tech – a cui era presente anche Nathan McDonald di We Are Social Londra – si prospetta un 2011 ricco di novità anche per la start-up newyorkese, che non ha certo intenzione di lasciar a Zuckerberg campo libero nella geolocation-war.

Sono quattro gli aspetti su cui Crowley intende puntare, forte anche dell’esperienza maturata in questi anni (prima con Dodgeball e ora con Foursquare):

  • È necessario dare agli utenti qualcosa di utile: il check-in così com’è non giustifica – per tutti – l’utilizzo di un LBS. L’idea è quindi di fornire delle raccomandazioni personalizzate partendo dalla storia dell’utente – e dei suoi check-in naturalmente.

“Ehi, a te che piacciono i pub irlandesi, guarda che ce ne sono 3 che non hai mai visitato, eppure sono proprio qui vicini.”

oppure

“È la prima volta che visiti Milano? Cosa ne dici di questa lista di cose da vedere durante la tua permanenza? Visto che ti piace il sushi dovresti provare questi ristoranti giapponesi.”

  • Rendere il check-in un’azione più immediata, automatica, è da tempo tema di discussione, ma Crowley spiega che oltre a un problema tecnico – legato alla precisione dei dispositivi GPS – esiste una questione legata all’invasività di un approccio del genere: in quanti vorremmo che tutto avvenisse in modo automatico? E non si perderebbe poi anche il coinvolgimento e la componente ludica? La soluzione potrebbe essere di semi-automatizzare solo i check-in in luoghi che si frequentano spesso: “Anche oggi qui per un caffé? Vuoi dirlo ai tuoi amici con un check-in?”
  • L’interazione brand-utenti è una delle criticità su cui Foursquare dovrà lavorare: oggi non è così semplice scoprire i brand attivi, seguire il modello delle Suggestions di Twitter potrebbe quindi essere un modo per rendere quest’incontro più immediato – e sarebbe un vantaggio sia per gli utenti che per i business, che godrebbero di maggior visibilità.
  • Il quarto punto riguarda un luogo comune: la maggior parte delle persone pensano che le offerte speciali su Foursquare siano dedicate quasi esclusivamente ai Mayor. Nulla di più sbagliato, sottolinea Crowley, visto che più dell’80% delle offerte sono dedicate a chi effettua semplicemente 1, 5 o 10 check-in nel luogo specifico: la naturale evoluzione delle carte fedeltà appunto. L’idea è di pensare a nuovi specials, magari basati proprio sul principio base che ha dato vita a Foursquare: spingere le persone a scoprire nuovi luoghi nella propria città.

Cosa ne pensate quindi dell’approccio di Facebook con Deals? Pensate che il suo lancio sancisca il tramonto di tutti gli altri LBS, e in primis di Foursquare, o che le dichiarazioni di Crowley lascino presagire un 2011 di botta e risposta non solo sulla carta? In fondo quando c’è concorrenza a guadagnarne dovrebbero essere gli utenti – ma in questo caso anche i business – no?

Fateci sapere qual è il vostro punto di vista sull’evoluzione dei LBS e non scordate di iscrivervi al nostro feed RSS per ricevere gli aggiornamenti di We Are Social!

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Quanto vale la tua Facebook Page?

di Gabriele Cucinella in News

Facebook_value

Uno dei trending topics di oggi su Mashable riguarda il lancio del Social Page Evaluator, un tool di misurazione del valore economico delle Facebook Page sviluppato dalla Vitrue (la stessa società che qualche settimana fa ha valutato il valore monetario dei fan su facebook in $ 3,60 cadauno). Il tool funziona così: si inserisce la URL della page che si vuole valutare, si aspetta qualche secondo e si riceve una fotografia del valore attuale e potenziale della pagina. I parametri che influenzano il risultato sono numero di fan, numero di interazioni, numero di post etc. Il valor potenziale viene invece calcolato ipotizzando un incremento di uno o più di questi parametri.

Si torna quindi a parlare di monetizzazione dei canali social, tema complesso e fondamentale allo stesso tempo. Qualche mese fa abbiamo partecipato alla Social Media Week di Londra, dove abbiamo avuto il piacere di assistere all’incontro “Chinwag Live: Show me the money – where’s the ROI in social media?”, riassunto da un bel post di Stefano sul suo blog.

Il limite principale che trovo nello strumento proposto da Vitrue è l’approccio strettamente numerico: la Facebook page viene considerata esclusivamente come un media, considerando principalmente il numero di esposizioni ad un messaggio (in questo caso luogo digitale veicolo di più messaggi) e di interazioni come metrica per la quantificazione del valore economico.

Attenzione: il dato quantitativo ha un suo valore e non va trascurato. Il reach di una Facebook Page, e conseguentemente il numero di esposizioni che questa è in grado di veicolare, rappresentano un punto di partenza importante. Non si può tuttavia prescindere da altre variabili qualitative, che contribuiscono a differenziare il ROI della comunicazione attraverso i social media da quello delle altre discipline della comunicazione tradizionale, come l’influenza generata dalle opinioni condivise dagli utenti attraverso le conversazioni online, il livello di coinvolgimento dei consumatori in un rapporto di interazione diretta con le marche e le organizzazioni, il valore delle informazioni derivanti da un confronto con il target di riferimento.

La notizia pubblicata da Mashable ci offre quindi uno spunto per riaprire la conversazione su questo tema: quali sono secondo voi i parametri più importanti della misurazione del ROI sui social media? Possiamo considerare attendibile un approccio numerico come quello proposto da Vitrue? A voi la parola!

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I nuovi “promoted tweets”: paid e earned media?

di Stefano Maggi in News

Esempio di promoted tweet

Da ieri ho letto molti commenti sui nuovi “promoted tweets” che ha lanciato twitter. Alcuni ci vedono segni della fine del mondo, altri credono che sia un bel passo avanti, alcuni non hanno notato il cambiamento e altri pensano di non notarlo mai perché gli sponsored tweets compariranno nei risultati di ricerca.

I “promoted tweets” sono dei tweet ordinari che i brand vogliono comunicare a un pubblico più ampio. (Secondo la definizione di Dick Costolo, COO di Twitter)

Personalmente, l’analisi che mi è piaciuta di più è quella di Jeremiah Owyang, che inquadra opportunità e criticità per tutti coloro che saranno toccati da questo cambiamento. Ma soprattutto, mi è piaciuto molto un suo pensiero: questa nuova soluzione introdotta da twitter è importante perché prevede per la prima volta un tipo di comunicazione “paid” e “earned”. Non si tratta, come al solito, di una comunicazione a pagamento o guadagnata.

Il bello degli sponsored tweets è che sono un media acquistato e guadagnato: twitter infatti darà visibilità solo a quei “promoted tweets” che generano reazioni a livello di conversazione e che quindi hanno una qualità alta a livello di relazione. Per i brand non sarà più sufficiente acquistare uno spazio, ma saranno tenuti a costruire engagement per veicolare il proprio messaggio.

A prescindere da altre considerazioni, in questo senso, gli sponsored tweets sono una novità che può aggiungere valore all’esperienza su twitter.

Voi cosa ne pensate? Vi piace la soluzione? Siete soddisfatti di come le marche dovranno interagire o preferite un twitter in cui nessuno può promuovere le proprie comunicazioni?

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Seminare vs “Seeding”

di Stefano Maggi in News
Avete presente i “false friends”, quelle parole inglesi che ingannano la maggior parte dei ragazzi delle medie e del liceo perché sembrano un’altra parola italiana? Ad esempio “actually” che sembra “attualmente”, “firm” che  sembra “firma”, “morbid” che sembra “morbido” o “vacancy” che sembra “vacanza”.
La novità è che siamo riusciti a crearne uno nuovo (almeno sul mercato italiano). Però un po’ diverso: infatti non crea confusione perché ha un suono simile alla parola italiana. Crea confusione perché, tradotto, vuol dire l’esatto opposto di quello che è.
Lo avete letto nel titolo: seeding. Seeding è una parola che letteralmente significa “seminare”, “piantare”. Tradotta letteralmente, è un’espressione che indica come un’azione di oggi sia la base per qualcosa che cresce, si sviluppa e fiorisce.
Seeding però – sui social media – viene sempre più spesso usato per indicare un’attività lontana dalla “semina” e con una prospettiva molto più breve. Seeding viene utilizzato per indicare l’azione continuativa di chi “sparge” (e quindi non semina) il proprio contenuto sulla rete. A volte anche in modo “non trasparente”, spacciandosi per altri utenti o impersonando improbabili fanatici del contenuto diffuso.
Esistono invece sul social web delle attività che “seminano” per costruire e che – come potete notare – non sono attività di “seeding”. Attività che, grazie all’impegno di molti, “piantano” oggi il presupposto per qualcosa che crescera e si svilupperà. Penso (per citarne due e evocarne molte) a iniziative come Pepsi Refresh, che costruiscono idee per migliorare il mondo (a prescindere dalla “purezza” dell’intento), a attività di “crowdfunding” come kiva.org in cui molti utenti danno un contributo anche piccolo a progetti di sviluppo o semplicemente a tutte quelle strategie e azioni (anche di marketing e comunicazione) che hanno il loro valore nella costruzione, anche nella costruzione di un significato.
Una marca che costruisce attraverso la conversazione un rapporto con i propri consumatori basato sul valore non sta facendo “seeding”. Sta seminando.
Vi è capitato di incrociare iniziative di “seeding”? Avete mai partecipato, invece, alla “costruzione” di qualcosa sul social web, anche ad esempio un significato o un’idea?

Avete presente i “false friends”, quelle parole inglesi che ingannano la maggior parte dei ragazzi delle medie e del liceo perché sembrano un’altra parola italiana? Ad esempio “actually” che sembra “attualmente”, “firm” che  sembra “firma”, “morbid” che sembra “morbido” o “vacancy” che sembra “vacanza”.

La novità è che siamo riusciti a crearne uno nuovo (almeno sul mercato italiano). Però un po’ diverso: infatti non crea confusione perché ha un suono simile alla parola italiana. Crea confusione perché, tradotto, vuol dire l’esatto opposto di quello che è.

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Lo avete letto nel titolo: seeding. Seeding è una parola che letteralmente significa “seminare”, “piantare”. Tradotta letteralmente, è un’espressione che indica come un’azione di oggi sia la base per qualcosa che cresce, si sviluppa e fiorisce.

Seeding però – sui social mediaviene sempre più spesso usato per indicare un’attività lontana dalla “semina” e con una prospettiva molto più breve. Seeding viene utilizzato per indicare l’azione continuativa di chi “sparge” (e quindi non semina) il proprio contenuto sulla rete. A volte anche in modo “non trasparente”, spacciandosi per altri utenti o impersonando improbabili fanatici del contenuto diffuso. Queste attività, come le bugie, hanno molto spesso le gambe corte, non sono sostenibili eticamente e in generale non generano un ritorno in termini di coinvolgimento.

Esistono invece sul social web delle attività che “seminano” per costruire e che – come potete notare – non sono attività di “seeding”. Attività che, grazie all’impegno di molti, “piantano” oggi il presupposto per qualcosa che crescera e si svilupperà. Penso (per citarne due e evocarne molte) a iniziative come Pepsi Refresh, che costruiscono idee per migliorare il mondo (a prescindere dalla “purezza” dell’intento), a attività di “crowdfunding” come kiva.org in cui molti utenti danno un contributo anche piccolo a progetti di sviluppo o semplicemente a tutte quelle strategie e azioni (anche di marketing e comunicazione) che hanno il loro valore nella costruzione, anche nella costruzione di un significato.

Una marca che costruisce attraverso la conversazione un rapporto con i propri consumatori basato sul valore non sta facendo “seeding”. Sta seminando.

Vi è capitato di incrociare iniziative di “seeding”? Avete mai partecipato, invece, alla “costruzione” di qualcosa sul social web, anche ad esempio un significato o un’idea?

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Io ti vedo

di Stefano Maggi in News

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Sì, ti vedo.

Considerando il blog che stai leggendo in questo momento, la lingua in cui scrivo e le statistiche di questo sito posso dire “statisticamente” che c’è una buona possibilità che tu – oltre a un fruitore di contenuti “social” sia attivo sui social network, molto probabilmente Facebook è nella lista dei social network che utilizzi. C’è una possibilità che ti piaccia commentare contenuto creato da utenti come me, mentre sei leggermente più restio a creare contenuto da zero o a salvarlo in servizi di bookmarking. Con strumenti di media planning posso immaginare che la tua provenienza sia Google e che tu abbia visitato ultimamente LinkedIn, Facebook e un portale di news. Posso sbagliarmi anche su tutti questi punti, ma statisticamente, i dati che posso verificare confermano che il profilo di chi interagisce qui è questo. È possibile conoscere le persone a cui ci rivolgiamo a livello demografico e psicografico.

Ma “io ti vedo”, piuttosto, nel senso di “Sawu bona”. Sawu bona è un saluto Zulu che significa, appunto, “ti vedo“, “ti capisco“, cerco di afferrare quali siano le tue esigenze. Se non siete tra le otto persone che in Italia non hanno visto Avatar, sapete che anche il saluto dei Na’vi “io ti vedo” ha questo significato. È un segno di rispetto e di riconoscimento. Tornando al mondo digitale, è fantastico poter capire “chi c’è dall’altra parte”, studiarne le azioni a livello “sociografico” e non solo dal punto di vista “statistico”, demografico e psicografico. È così utile indagare quali sono i temi interessanti per chi interagisce e quali esigenze e passioni li caratterizzino. Si tratta di uno degli elementi principali che differenziano l’approccio di una conversation agency da chiunque si occupi di “media planning”.

Sociographics

E voi? Vi è già capitato di relazionarvi con delle marche che avrebbero potuto dirvi “Sawu bona” / Io ti vedo nel senso più alto e rispettoso del termine? O ne avete sentito parlare, magari anche all’estero? Marche che – semplicemente cogliendo i vostri segnali – hanno anticipato le vostre esigenze, che vi hanno aiutato a risolvere un problema o – semplicemente – che si sono ricordate di voi per offrirvi un’opportunità di conversazione personalizzata?

Sawu bona.

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