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Strategia digitale: dalla “tradigital era” alla “connected era”

di Stefano Maggi in News

La strategia digitale delle marche: dalla “tradigital era” alla “connected era”

C’era una volta la “tradigital era”. Sono passati pochi anni dai momenti d’oro di quel periodo, ma il modo in cui usiamo i canali digitali oggi è talmente diverso che quel periodo sembra lontano come una favola. C’era una volta un modo di comunicare attraverso i canali digitali ereditato dall’advertising tradizionale. Le marche acquistavano spazi pubblicitari (spesso banner) o inviavano messaggi email interrompendo l’esperienza che le persone vivevano altrove, per segnalare il proprio prodotto sul proprio website, o la propria attività tattica sul proprio minisito in flash.

I risultati attesi si esaurivano in fretta: click e visite erano i parametri più considerati.

Poi sono arrivati i social media. Le persone hanno imparato a comunicare tra loro e ad apprezzare lo scambio a pari livello con le marche.

Nella connected era, la strategia che funziona meglio è ascoltare, comprendere e partecipare alla conversazione delle persone. Interromperle con un messaggio non sollecitato, non atteso e non rilevante per portarle verso i propri canali funziona sempre meno. Le marche ora partecipano sempre più alla conversazione e sono attive nei canali dove si trovano le persone. I “minisiti” hanno sempre meno senso, soprattutto ragionando in logica di lungo termine, mentre i website hanno una componente social e sono una parte importante di un vero e proprio ecosistema di marca: un’architettura di tutti i canali del brand (come il website) o partecipati dalla marca (come le Facebook Page, i canali YouTube o i profili Twitter). A livelli diversi, i brand caratterizzano il proprio ecosistema, composto anche da piattaforme di ecommerce con implicazioni social.

I risultati attesi sono rivoluzionari: costruzione di fiducia, creazione di una community (non one-shot, ma pensata per il lungo termine) di persone con interessi affini, acquisto (come estensione di una relazione forte) e soprattutto advocacy.

Il passaggio dalla “tradigital” alla “connected” era non è automatico né netto: è un percorso graduale. Alcune marche si stanno rendendo conto ora dell’opportunità, altre hanno già abbracciato il nuovo modo di pensare, orientato alla conversazione.

Quanto vedete della connected era nella vostra vita di tutti i giorni? Vi imbattete ancora in strutture “tradigital”? I commenti sono a vostra disposizione per raccontarcelo. Se vi è piaciuto questo post, considerate la possibilità di iscrivervi al nostro blog, per rimanere sempre aggiornati su come le persone comunicano e come le marche partecipano alla conversazione.

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Il mondo dei social media nel 2011 [Video infographic]

di Stefano Maggi in News

Sapevate che Facebook è il sito più visitato al mondo (più di Google)? O che esistono più utenti Facebook che automobili? O sapevate che su Twitter, ogni secondo, sono pubblicati quasi 2000 tweet e che, nello stesso tempo, si iscrivono a LinkedIn due nuovi utenti?

Questi sono solo alcuni dei dati impressionanti raccontati da questo videoinfographic di VideoInfographs.com. Nel tempo in cui guarderete il video, su YouTube verranno caricate più di 96 ore di video.

La prossima sfida dei social media? Aiutare le persone a individuare messaggi rilevanti, filtrando il rumore. Ecco perché le marche dovranno portare avanti solo conversazioni rilevanti, personali, attese e interessanti.

Se volete sapere tutto sull’evoluzione dei social media continuate a seguirci, magari iscrivendovi al nostro blog.

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La conversazione, gli influencer e l’evoluzione di quattro tipi media

di Stefano Maggi in News

Esistono molti modi di classificare i canali di comunicazione, questo è uno dei più efficaci:

  • Owned media: quelli in cui le marche parlano di sé e dei propri prodotti e dove le persone accedono volontariamente (esempio: website);
  • Paid media: i canali in cui le marche pagano per interrompere un’esperienza con il proprio messaggio (esempio: banner, spot pubblicitari);
  • Earned media: le persone realmente (o potenzialmente) interessate alla marca, ai prodotti e al mondo che vive intorno a questi (esempio: tu che leggi questo post);
  • Promoted media: le conversazioni rilevanti a cui viene data visibilità più ampia (esempio: promoted tweets, sponsored stories);

Gli “earned media” sono i canali più genuini ed efficaci perché fanno leva sul passaparola, sullo scambio onesto e trasparente di opinioni tra persone. I “promoted media” funzionano bene perché aggiungono visibilità alle conversazioni che altrimenti impiegherebbero più tempo a diffondersi. I media “paid” e “owned” possono avere un ruolo all’interno di una conversazione, ma se alla base non c’è una vera relazione tra la marca e le persone, non sono sempre così efficaci. Nel primo caso perché vengono ignorati, nel secondo, perché non vengono visti.

La conversazione sta cambiando il modo in cui le marche percepiscono il proprio prodotto e il proprio approccio alle persone: è sempre più importante capire realmente cosa vogliono i consumatori. Il miglioramento dei prodotti e dei servizi è il risultato naturale: ascoltare le opinioni delle persone non solo permette di migliorare la propria conversazione (che spesso è parte dell’esperienza del prodotto), ma di migliorare la relazione stessa delle persone con i brand.

Migliorare la conversazione è già un passo che consente di rendere il prodotto e il servizio un po’ migliore: quanto può aver senso separare il prodotto / servizio dal rapporto che questo genera?

Gli influencer e il cambiamento

Il ruolo dei cosiddetti “influencer” in questa logica è fondamentale. È importante però tenere presente il concetto di influencer, per evitare errori: un influencer è una persona che può avere un impatto su altre persone riguardo un tema. Non si tratta solo dei “VIP” o dei blogger più conosciuti: ci sono tre livelli di social influence: tutti sono rilevanti e utili in modo diverso nelle conversazioni sul social web. Una delle classificazioni più interessanti è quella proposta da Forrester Research, in cui sono individuati:

  • I social broadcaster (i VIP) che hanno un livello di awareness alta, ma non necessariamente legami forti con i propri follower;
  • I mass influencer, che hanno molti follower e legami più forti;
  • I potential influencer, che sono potenzialmente influenti per gruppi più o meno grandi di persone e per temi definiti;

È interessante vedere come le marche stiano imparando che non bastano i social broadcaster per sviluppare una conversazione efficace. A volte non sono sufficienti nemmeno i mass influencer, ma occorre un approccio parallelo su più tipi di influencer contemporaneamente. Anche sui “potenziali” influencer.

I social media continuano a evolversi con un ritmo frenetico: diventa ogni giorno più importante la componente strategica, non basta più scegliere un canale o un tipo di influencer, ma occorre muoversi su più livelli, individuando le combinazioni migliori.

Cosa ne pensate? Notate anche voi un approccio sempre più trasversale da parte delle marche che hanno più successo a livello di conversazione? A volte un approccio di successo può sembrare anche molto semplice, ma spesso comprende molti livelli e canali.

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Il social web delle microinterazioni

di Stefano Maggi in News

La velocità con cui cambia il social web è altissima e non paragonabile a quella di alcun altro mezzo di comunicazione nella storia. Per questo è molto importante essere allineati sui principali cambiamenti in atto, specialmente se si vuole costruire un dialogo, una relazione con le persone. Per farlo è utile basarsi sui trend, che forniscono un’indicazione di ciò che sta accadendo in generale, per poi individuare delle nicchie specifiche all’interno dei trend e sviluppare coinvolgimento con loro.

Un trend davvero interessante è quello verso le microinterazioni: di anno in anno scopriamo un interesse verso forme di interazione immediata e “social” mediamente sempre maggiore. Con l’aumento della popolazione che utilizza i social media, quella parte di “early adopter” che amava creare contenuto molto strutturato si è in parte diluita e – pur avendo un enorme impatto qualitativo, ha perso terreno a livello quantitativo. Di anno in anno assistiamo all’aumento di chi ama interagire sui social network attraverso modelli più immediati e semplici del blogging, come ad esempio l’aggiornamento dei propri status. Questo non significa che il blogging stia perdendo importanza o influenza, ma piuttosto che mediamente la forma di interazione più utilizzata è la mircrointerazione.

Questo cambiamento produce un’evoluzione anche nei servizi che vengono più utilizzati: prendono sempre più importanza social network che favoriscono le microinterazioni. Questa tendenza è vera in Italia ma, come sostiene il New York Times, si riscontra anche negli Stati Uniti, patria di Facebook.

  • Facebook, che rispetto al blogging fornisce un’interazione più immediata;
  • Twitter, che grazie alla sua limitazione a 140 caratteri forza la microinterazione;
  • Foursquare propone interazioni anche molto light (come un semplice check-in);

La logica della microinterazione viene applicata ora anche alla creazione di contenuto: la fotografia, che fino all’anno scorso poteva considerarsi una creazione di contenuto strutturata, si sta estendendo al campo della microinterazione. Instagram l’ha capito e ha creato un social network basato sulla condivisione di foto a bassa risoluzione, con filtri visivi “vintage” che rendono interessanti anche immagini normalmente poco significative. Anche la foto diventa una microinterazione: microfotografia?

Per le marche le opportunità sono enormi: costruire una relazione si baserà ancora sul contenuto, ma sarà indispensabile sviluppare un’interazione continua grazie a microinterazioni che la mantengono viva.

Per darvi un esempio, questo è ciò che la gente dice (anzi, ciò che la gente scatta) in tempo reale e spontaneamente su Converse su Instagram. Questo invece è ciò che la gente scatta in tempo reale e spontaneamente su Nike. Questo avviene già, senza partecipazione su questo canale alla conversazione da parte delle marche in modo diretto.

Cosa ne pensate? Anche il vostro modo di usare i social media si sta spostando verso le microinterazioni?

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Mercoledì Social #32

di Stefano Voltan in News

Eccoci all’appuntamento con il Mercoledì Social, al termine di una settimana che ha messo Facebook al centro della conversazione sui temi social.

Arrivano i nuovi messaggi: sarà una rivoluzione?
A detta di Mark Zuckerberg anche l’email dovrà presto abdicare a favore di Facebook: le caratteristiche introdotte dai nuovi messaggi permetteranno ad ogni utente di controllare la propria vita nel social network senza doversi preoccupare della tipologia di messaggio utilizzata.
I numeri sono dalla parte di Zuckerberg: gli utenti che utilizzano Facebook quotidianamente sono oltre 250 milioni e il volume di conversazioni gestite dal social network supera i 4 miliardi di interazioni.
Facebook mette sempre più al centro della propria attività l’ottimizzazione della gestione delle relazioni degli utenti, e mentre da un lato consente di controllare ed aumentare l’esperienza social, dall’altro rende ogni utente sempre meno indipendente dal social network per gestire le relazioni nello spazio digitale: forse, più che una rivoluzione, quella dei messaggi è una naturale evoluzione di quell’istinto che ci spinge a semplificarci la vita?

Se siete tra quelli che pensano che i social network – e Facebook in particolare – possano essere un problema per la socializzazione nel mondo reale, beh, sappiate che vi state sbagliando. A dircelo è una ricerca australiana – condotta da Australian Psychological Society (APS) su 1834 adulti – che ha analizzato le modalità d’utilizzo dei social network e le relative conseguenze.

Facebook compromette le relazioni faccia-a-faccia? È proprio il contrario
Se siete tra quelli che pensano che i social network – e Facebook in particolare – possano essere un problema per la socializzazione nel mondo reale, beh, sappiate che vi state sbagliando. A dircelo è una ricerca australiana – condotta da Australian Psychological Society (APS) su 1834 adulti – che ha analizzato le modalità d’utilizzo dei social network e le relative conseguenze.

Ecco – in breve – alcuni punti interessanti:

  • il 71% degli intervistati accede al proprio profilo ogni giorno, mentre a farlo più volte al giorno è il 51%;
  • il 20% tra gli intervistati compresi tra i 31 e i 50 anni ammette di aver sviluppato una relazione “intima” con le persone con cui interagisce online;
  • l’81% degli utilizzatori intervistati tra i 31 e i 50 anni, e il 64% di quelli sopra i 50 anni utilizza i social media per fare networking;
  • gli utenti Facebook sotto i 30 anni hanno mediamente 263 amici, mentre quelli tra i 31 e i 50 ne hanno 206.

La maggior parte degli intervistati ha poi risposto che Facebook gli consente un contatto più regolare e frequente con i propri amici e la propria famiglia, e il 25% afferma che interagire con qualcuno online lo spinge a incontrare poi di persona l’interlocutore: il social web alimenta la socialità, potremmo dire.

Anche i cinguettii hanno il loro analytics
Proprio così, è di poche ore fa la notizia che circolava già da tempo: Twitter ha iniziato a distribuire – ad account selezionati – il nuovo tool di monitoraggio dei tweet (per gli altri utenti si parla di fine 2010). Ma cosa darà agli utenti – e soprattutto ai brand – questo strumento nella pratica? Beh, sarà – ad esempio sarà possibile capire quali tweet sono stati più apprezzati (e retweettati), o dopo quali tweet abbiamo subito un unfollow, o ancora,  potremo scoprire chi sono le persone più influenti ad averci citato. Insomma, veramente una grande novità che consentirà ai brand di tenere traccia della loro attività e di calibrare la loro strategia – anche di contenuto – in base a ciò che gli utenti ritengono più rilevante.

Non dobbiamo scordare infatti che questa è la direzione che il social web sta imponendo alle marche: proporre contenuti – e esperienze – interessanti è l’unico modo per intrattenere conversazioni con i consumatori – soprattutto nel lungo periodo.

E anche per questo Mercoledì Social è tutto. Se ti è piaciuto valuta la possibilità di iscriverti al nostro feed RSS per rimanere sempre aggiornati sul mondo dei social media e delle conversazioni online. Alla prossima settimana!

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Facebook lancia Deals: Foursquare sta a guardare?

di Luca Della Dora in News

200 milioni di utenti mobile: partiamo da questo dato per capire qual è l’effettivo peso di Facebook Deals. 200 milioni sono infatti le persone che utilizzano Facebook Mobile e che potranno quindi fruire del nuovo servizio annunciato da Zuckerberg il 3 Novembre.

Un peso notevole – verrebbe da dire – soprattutto se confrontato con i poco più di 4 milioni di wannabe-mayor che hanno reso, in questi mesi, Foursquare il LBS (Location Based Service) più appealing e chiacchierato. Ma vediamo un po’ cosa c’è dietro a questi numeri.

Partiamo dal funzionamento di Facebook Deals.

È sufficiente accedere a Facebook Places per registrarsi in un luogo, e potremo scoprire le offerte speciali presenti vicino a noi semplicemente cercando l’icona gialla di fianco al nome dell’esercizio commerciale che la propone.

Facebook ha tratto insegnamento dall’esperienza degli altri LBS già attivi e ha capito che proporre offerte speciali legate esclusivamente al numero o alla frequenza dei check-in sarebbe stato un errore: il livello di coinvolgimento e l’esperienza d’utilizzo ne avrebbero sofferto, rendendo il servizio poco interessante tanto per gli utenti quanto per i business.

Sono state create quindi quattro categorie di offerte speciali:

  • Friend Deal – È la logica dell’acquisto di gruppo: “fai check-in con 5 amici e offrigli un giro di birra, gratis naturlamente!”
  • Loyalty Deal – La naturale evoluzione delle carte fedeltà: si ottiene un riconoscimento in base al numero di check-in in un determinato luogo. È probabilmente la tipologia di offerte più interessante, perché permette di pensare a strategie e azioni specifiche anche di medio/lungo periodo.

Facebook Deals sembra quindi un’opportunità per tutti gli attori coinvolti: le persone usufruiscono di offerte speciali dedicate ai loro gusti e alle loro abitudini; i brand hanno uno strumento completamente gratuito attraverso cui creare awareness e attirare consumatori in-store (non dimentichiamo due aspetti: creare offerte speciali con Facebook Deals è completamente gratuito ed immediato – qui trovate un breve how to; ogni check-in viene condiviso attraverso Facebook con tutti i contatti dell’utente); e Facebook? Facebook per ora incrementa l’engagement della sua base utenti, ma nel lungo periodo potrà replicare quanto accaduto con Google AdWords, e sfruttare la volontà di differenziarsi dei brand, che non si accontenteranno più della offerte speciali standard, ma vorranno qualcosa di specifico e personalizzato.

Vedremo quindi sventolare una bandiera bianca al 36 di Cooper Square – sede di Foursquare – o dobbiamo aspettarci una risposta da parte di Crowley? Stando ha quanto ha dichiarato durante l’ad:tech – a cui era presente anche Nathan McDonald di We Are Social Londra – si prospetta un 2011 ricco di novità anche per la start-up newyorkese, che non ha certo intenzione di lasciar a Zuckerberg campo libero nella geolocation-war.

Sono quattro gli aspetti su cui Crowley intende puntare, forte anche dell’esperienza maturata in questi anni (prima con Dodgeball e ora con Foursquare):

  • È necessario dare agli utenti qualcosa di utile: il check-in così com’è non giustifica – per tutti – l’utilizzo di un LBS. L’idea è quindi di fornire delle raccomandazioni personalizzate partendo dalla storia dell’utente – e dei suoi check-in naturalmente.

“Ehi, a te che piacciono i pub irlandesi, guarda che ce ne sono 3 che non hai mai visitato, eppure sono proprio qui vicini.”

oppure

“È la prima volta che visiti Milano? Cosa ne dici di questa lista di cose da vedere durante la tua permanenza? Visto che ti piace il sushi dovresti provare questi ristoranti giapponesi.”

  • Rendere il check-in un’azione più immediata, automatica, è da tempo tema di discussione, ma Crowley spiega che oltre a un problema tecnico – legato alla precisione dei dispositivi GPS – esiste una questione legata all’invasività di un approccio del genere: in quanti vorremmo che tutto avvenisse in modo automatico? E non si perderebbe poi anche il coinvolgimento e la componente ludica? La soluzione potrebbe essere di semi-automatizzare solo i check-in in luoghi che si frequentano spesso: “Anche oggi qui per un caffé? Vuoi dirlo ai tuoi amici con un check-in?”
  • L’interazione brand-utenti è una delle criticità su cui Foursquare dovrà lavorare: oggi non è così semplice scoprire i brand attivi, seguire il modello delle Suggestions di Twitter potrebbe quindi essere un modo per rendere quest’incontro più immediato – e sarebbe un vantaggio sia per gli utenti che per i business, che godrebbero di maggior visibilità.
  • Il quarto punto riguarda un luogo comune: la maggior parte delle persone pensano che le offerte speciali su Foursquare siano dedicate quasi esclusivamente ai Mayor. Nulla di più sbagliato, sottolinea Crowley, visto che più dell’80% delle offerte sono dedicate a chi effettua semplicemente 1, 5 o 10 check-in nel luogo specifico: la naturale evoluzione delle carte fedeltà appunto. L’idea è di pensare a nuovi specials, magari basati proprio sul principio base che ha dato vita a Foursquare: spingere le persone a scoprire nuovi luoghi nella propria città.

Cosa ne pensate quindi dell’approccio di Facebook con Deals? Pensate che il suo lancio sancisca il tramonto di tutti gli altri LBS, e in primis di Foursquare, o che le dichiarazioni di Crowley lascino presagire un 2011 di botta e risposta non solo sulla carta? In fondo quando c’è concorrenza a guadagnarne dovrebbero essere gli utenti – ma in questo caso anche i business – no?

Fateci sapere qual è il vostro punto di vista sull’evoluzione dei LBS e non scordate di iscrivervi al nostro feed RSS per ricevere gli aggiornamenti di We Are Social!

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Mercoledì social #28

di Valentina Zaini in News

Eccoci anche questa settimana all’appuntamento con il Mercoledì Social. Oggi parleremo della creazione di valore nei social media, delle nuove prospettive di Internet, dei dispositivi mobili e di molto altro. Buona lettura!

Twitter crea più valore di altri social network?
Una ricerca della Forrester Research, pubblicata da Forbes, evidenzia come sia impossibile stabilire quale social network crei più valore per i brand che li popolano. Tuttavia sembra che i follower di Twitter (37%) siano più propensi all’acquisto e al passaparola rispetto ai likers di Facebook (21%). Infatti, mentre sul social network più popolato gli utenti vengono “raggiunti” dalle marche, soprattutto attraverso la condivisione di contenuto di qualche amico, in Twitter è la persona che decide quale brand seguire, mostrando necessariamente un maggiore interesse, creando discussioni autonome e partecipando attivamente a quello che il marchio propone. Su questo argomento si veda l’interessante articolo di Luca Della Dora.

Internet: più di due miliardi di utenti entro la fine del 2010
Internet supererà i due miliardi di utenti. Questo è quanto affermato dalla International Communication Union (ITU). Ciò significa che il 30% della popolazione modale è on-line. Un incremento dovuto soprattutto all’aumento di utenza nei paesi in via di sviluppo, dal momento che nelle aree sviluppate il mercato è in via di saturazione e la crescita conta più aspetti qualitativi che quantitativi. L’evento chiave è dovuto all’aumento dell’uso della banda larga e di reti di nuova generazione, dotate di molte potenzialità ancora da esprimere, che si spera porteranno al superamento del digital divide in molte aree del pianeta.

Con Skype anche Facebook parla
Grazie all’accordo tra Facebook e Skype da pochi giorni è possibile integrare con il profilo del primo nell’interfaccia del secondo. Nella nuova versione 5.0 di Skype (ora disponibile solo per Windows) diventa più immediato più immediato telefonare ed inviare SMS ai contatti di Facebook , unendo a queste funzioni anche i commenti e i “Mi piace”. Sicuramente poter comunicare chiamando e inviando SMS agli amici del social network di Zuckerberg potrebbe rivelarsi la vera entrata di Facebook nell’universo delle telecomunicazioni, anni luce lontana della chat usata fino ad oggi.

Per Apple è l’anno dei prodotti mobile
All’inizio della settimana Steve Jobs ha presentato l’Apple 4th Quarter Results, mostrando dei dati particolarmente interessanti legati all’andamento della vendite degli ultimi anni. Oltre ad una notevole crescita, il dato rilevante è contenuto nel fatto che quasi il 60% delle vendite è costituito da prodotti mobile, che oltretutto, non esistevano fino a tre anni fa. Questa è la testimonianza che ormai gli utenti navigano ovunque, e strumenti come iPhone o iPad affiancano, integrandolo, il classico PC. La presenza di maggiori dispositivi mobili sul mercato ha cambiato, e cambierà ancora, il contesto e la tipologia di esperienza legata alla conversazione e alla condivisione di contenuti. Un esempio significativo è la geolocalizzazione, ma anche l’evoluzione dei tipi di comunicazione web: la conversazione sia nelle applicazioni (elementi su cui punta molto proprio la Apple di Jobs) che via browser, e quella nei social network con particolari linguaggi di interazione di cui Twitter ne è l’esempio più noto.

Mobile marketing sui social network
Continuando sullo stesso argomento, secondo un report di The Forrester Blog For Interactive Marketing Professionals, gli utenti dei dispositivi mobili hanno interessi sociali specifici, focalizzati che differiscono da quelli degli utenti desktop. Immediatezza e divertimento sono le qualità più ricercate nelle applicazioni mobili, unite alla possibilità di conoscere se e quali luoghi preferiti e amici sono i più vicini. Tenendo a mente gli interessi specifici di questi consumatori estremamente e socialmente attivi, è possibile ottimizzare le campagne sociali già esistenti per renderle ancora più efficaci e accessibili agli utenti mobili.

Anche la polizia è social: un Twitter per ogni richiesta di intervento
Da pochi giorni la Great Police of Manchester ha deciso di condividere su Twitter le chiamate che riceve. L’iniziativa è partita con l’apertura di tre account (@gmp24_1, @gmp24_2 e @gmp24_3,) con lo scopo di far capire la mole di lavoro che si trova ogni giorno ad affrontare la polizia e per protestare contro i recenti tagli al budget del personale e dei mezzi. Ma oltre ad questa motivazione politica, più importante sembra quella sociale. Molti infatti sono i problemi che affronta la polizia e che hanno una rilevanza collettiva: la scomparsa di bambini, quella di persone con problemi psicologici e le vittime di abusi domestici. Chissà se l’interesse crescente per il mondo dei social network potrebbe portare alla risoluzione qualche caso…

Edge Shave Gel propone l’anti-irritation zone
Una pagina Twitter in cui i followers possono provare a rendere meno cupo il loro umore. Si tratta della nuova campagna americana della Edge Shave Gel: gli utenti inviano tweets, lamentandosi dei più svariati problemi, alla pagina del brand, che vede quali può risolvere. Ad oggi sono stati regalati biglietti per eventi sportivi, Starbucks card e DVD.

Aspettiamo le vostre opinioni e vi invitiamo ad iscrivervi al nostro feed RSS per rimanere sempre aggiornati sul mondo del social web!

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Il futuro dei social media: intervista con Augie Ray di Forrester

di Stefano Maggi in News

Come si stanno evolvendo i social media? Quali trend si stanno sviluppando? Poche persone oggi possono rispondere a questa domanda meglio di Augie Ray, Senior Analyst di Forrester Research, che si occupa di “Social Computing”.

Augie è stato così gentile da concedere una video intervista a We Are Social: è stata un’occasione per parlare proprio del futuro dei social media e di alcuni temi caldi di cui Forrester si è occupata recentemente.

In particolare, ecco i temi principali:

  • Foursquare presenta alcune criticità nel mercato statunitense, dovute principalmente al modo in cui alcuni brand approcciano questo social network, basandosi su logiche di advertising. La soluzione potrebbe essere un approccio più vicino al concetto di “conversazione”: i location based social networks sono ancora molto giovani e presentano ancora numerose opportunità inesplorate. Augie fa riferimento anche all’imminente lancio della geolocalizzazione da parte di Facebook;
  • Il valore dei fan su Facebook è zero. A meno che le marche non costruiscano qualcosa con loro e per loro. Augie ci spiega come solo un approccio volto a costruire valore abbia veramente senso nel marketing su Facebook e come sia poco realistico attribuire una valorizzazione monetaria ai fan;
  • Riguardo il futuro del social web, secondo Augie, non è possibile ipotizzare un unico ruolo per le marche, ma ognuna dovrà trovare il proprio modo di “essere social” per essere realmente rilevante nei confronti dei consumatori;

Ecco il video: trovate anche sottotitoli in italiano e in inglese se siete in ufficio senza auricolari e non volete infastidire chi vi sta vicino.

I vostri commenti, come al solito, sono benvenuti. Se vi è piaciuta questa intervista, considerate la possibilità di iscrivervi al nostro feed RSS, per essere aggiornati sui nuovi post We Are Social.

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