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Come gestire la propria presenza sui social media [Report]

di Stefano Maggi in News

L’utilizzo dei social media è cresciuto così velocemente che molte aziende si stanno ancora attrezzando per gestire al meglio la presenza delle proprie marche su questi canali.

L’istituto di ricerca Altrimeter Group ha appena pubblicato un report di Jeremiah Owyang che racconta come le aziende (e le agenzie che le supportano) si stiano strutturando per gestire i canali social, delineando anche un panorama dei principali software di collaborazione e amministrazione dei social media: i Social Media Management System (SMMS).

Noi di We Are Social siamo molto contenti di aver dato il nostro contributo offrendo il nostro punto di vista ad Altimeter Group, da osservatori privilegiati del panorama social medi. È anche per questo che vorremmo condividere con voi i risultati molto interessanti dell’analisi.

Alcuni highlight:

  • C’è bisogno di organizzare i propri canali: mediamente, le aziende hanno più di 39 account Twitter e 29 account Facebook;
  • Ci sono molti tool per gestire i canali social e spesso le differenze sono poco evidenti: ecco perché è fondamentale scegliere il tool corretto;
  • In alcuni casi è utile integrare più tool: di monitoraggio e di gestione;
  • Adattare i processi interni e il coordinamento con l’agenzia social media per la gestione dei canali social è una priorità per le aziende;

Altimeter Group ha individuato cinque principali aree di utilizzo per i Social Media Management System: coinvolgimento, diffusione di contenuti sui canali social, pubblicazione di campagne social, distribuzione della presenza del brand e personalizzazione dei canali di conversazione.

Social Media Management Systems: Five Use Cases

Se volete approfondire questi trend e conoscere più nel dettaglio le valutazioni di Altimeter Group rispetto al panorama SMMS, vi suggeriamo di leggere il report completo.

Come suggerito da Altimeter Group, anche Forrester raccomanda nel proprio report di individuare “social media boutique agencies” specializzate, come We Are Social. Questa scelta consente di capire quale sia la migliore soluzione per gestire la conversazione: molto spesso, le agenzie specializzate selezionano tre o più tool a supporto del lavoro dei propri specialisti.

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La nuova strategia di Google? Persone, non pagine web

di Stefano Maggi in News

Il cambiamento è nell’aria. Google, lo strumento più utilizzato a livello italiano e mondiale per accedere a informazioni, marche, esperienze si sta evolvendo radicalmente. Il colosso di Mountain View ci ha abituati ormai al rilascio di decine di novità ogni settimana per i propri prodotti, ma ora il cambiamento è strategico, non tecnologico.

La missione di Google è ancora organizzare l’informazione del mondo e renderla accessibile e utile, ma il modo in cui l’informazione viene organizzata, resa accessibile e utile è sempre più “umano”.

Il recente lancio di Google+, tentativo di Google divenire “social” a tutti gli effetti, è solo un segnale di questa tendenza. Per capire come stia cambiando il web e il social web, diamo uno sguardo alle ultime mosse del motore di ricerca più popolare del mondo.

Dal lancio di tool attraverso cui gli utenti possono gestire la propria reputation online, all’annuncio di funzionalità che analizzano le interazioni social sui website, fino alla scelta di dare – nei risultati di ricerca - visibilità a chi crea un contenuto online (e non più solo al contenuto). In questo panorama Google+ è l’ultimo elemento in ordine di tempo, ma uno dei più rilevanti.

Eric Schmidt, Executive Chairman di Google, è stato molto chiaro in una sua recente dichiarazione a Cannes: “Our social strategy is to take our current products, get users to give us social information and make our current products better”. Le persone, quindi, diventano la base per Google: l’elemento fondamentale. Non più solo contenuti, ma tutto l’universo “umano” che si riferisce ad essi e che li rende utili e interessanti.

Per le marche, è sempre più evidente che “ottimizzare i contenuti per i motori di ricerca” non sarà più sufficiente: è importante coinvolgere le persone, creare una relazione e offrire valore attraverso una conversazione. Scrivere contenuti (o “pagine web”) con alcuni “accorgimenti tecnici” continuerà a essere importante, ma non più sufficiente, visto il graduale (e necessario) sbilanciamento dei tool di ricerca verso l’analisi non solo del contenuto ma anche della conversazione e del contesto in cui le informazioni nascono.

Le scelte di Google, inoltre, sembrano avere effetti interessanti sulla qualità dei tool social a disposizione di brand e persone: maggiore possibilità di scelta (ad esempio tra Facebook e Google) può creare valore in modo efficace per l’utente. C’è chi – come Chris Brogan – intravede nel nuovo Google+ un’attenzione maggiore alla conversazione “di valore”: ci attendono forse interazioni “social” più rilevanti e meno dispersive? Lo scopriremo presto.

Come percepite questo cambiamento di Google? Sta già iniziando a creare valore nella vostra vita di tutti i giorni o pensate sia ancora troppo presto perché generi un impatto? Intanto, per essere sempre aggiornati sulle evoluzioni “social” della comunicazione e del marketing, vi suggeriamo di iscrivervi al blog di We Are Social.

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Le scorciatoie social (raramente accorciano la strada)

di Stefano Maggi in News

I social media sono un ottimo strumento per creare una relazione attraverso una conversazione, un rapporto diretto e un continuo scambio tra le marche e le persone. Questi canali, se utilizzati correttamente da un punto di vista strategico, sono anche un ottimo strumento di business.

Sì può vendere sui social media? Sì e no.

  • Sì, se la “vendita” è un elemento naturale all’interno della conversazione, parte di un processo più ampio e conseguenza di una condivisione (non superficiale) tra l’utente e la marca;
  • No, se la “vendita” è la semplice trasposizione su un canale social di call to action di advertising, fuori da ogni conversazione, da ogni  interesse comune e da un rapporto diretto, personale;

Ci sono molte “scorciatoie” sui social media: tattiche che permettono di aumentare l’attenzione verso il prodotto o il brand facendo leva su elementi di utilità immediata, come una promozione o un’offerta speciale e non si basano su una conversazione.

Fai “Like” e spendi meno. Fai un “Retweet” e vinci. Queste dinamiche funzionano solo se inserite in una conversazione più ampia, se sono iniziative “one-shot” per generare awareness, non hanno forti effetti positivi. Generano più attenzione momentanea, ma verso persone che non sono direttamente interessate ai contenuti della marca o del prodotto e che, se “disturbate” ulteriormente, possono facilmente decidere di uscire dalla community in cui sono entrate e a cui non sentono di appartenere.

Alcune iniziative social legate a promozioni o offerte speciali riescono, però, a essere molto “conversational” e a creare una relazione (non solo un “like”). Questo avviene perché riescono a inserire l’azione semplice (fai “like” o “retwitta”) all’interno di uno scambio più ampio e significativo.

Due esempi differenti:

Entrambe le attività hanno portato o porteranno verosimilmente un aumento di visibilità. Secondo voi quale delle due attività è parte di una conversazione e può portare più valore aggiunto alla marca e alle persone nel lungo termine? Si tratta di due modi diversi di interpretare l’approccio tattico al social web.

I commenti sono a vostra disposizione. Se vi è piaciuto questo post, considerate l’opportunità di iscrivervi al blog We Are Social.

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Le maniglie per i vostri contenuti

di Stefano Maggi in News

Content Handles

In alcuni casi, sviluppare contenuto interessante e che stimoli la conversazione è una scelta strategica di marketing sui social media molto efficace. Come al solito, vi raccomandiamo di capire bene il vostro target per sapere se e come i contenuti possono essere utili.

Avere contenuti interessanti a disposizione, però, non basta: è indispensabile prevedere delle modalità di diffusione dei contenuti che siano utili ad aumentarne la visibilità e a facilitarne la condivisione. Si tratta solo in minima parte di aspetti tecnologici: inserire un pulsante “Mi piace”, una funzionalità “ShareThis” o un “Add This” button è molto semplice, ma molto poco utile se il contenuto non è pensato per essere condiviso.

È molto importante quindi progettare il contenuto pensando alle “maniglie” virtuali che consentiranno di trasportarlo e condividerlo. Ecco sette caratteristiche che rendono un contenuto facilmente condivisibile, da tenere presente nell’elaborazione delle content strategy e dei piani editoriali per i progetti sui social media che implicano attività di contenuto:

  1. Stimola una conversazione: un contenuto che deve essere solo fruito può essere molto utile per raggiungere degli obiettivi di awareness. Un contenuto che rappresenta la “scintilla” iniziale per una conversazione ha un valore inestimabile. Pensare a contenuti conversazionali, che favoriscano cioè un’interazione ulteriore alla “visualizzazione” è molto importante. Le conversazioni sono molto più visibili da altri utenti rispetto alle semplici visualizzazioni e generano attenzione;
  2. È finito: un contenuto che può vivere “da solo” e senza bisogno di troppa contestualizzazione rende la condivisione più facile perché agevola il lavoro di chi lo vuole segnalare e di chi viene a contatto per la prima volta: meno informazioni collaterali da trasferire. Un video che non finisce ma che rimanda ad un altro video raramente si diffonde;
  3. È contestualizzato: un contenuto proposto in un contesto appropriato ha molte più possibilità di diffondersi nella “tribù” interessata. Un visual infografico a proposito della serie A si diffonde in modo più veloce e naturale se viene proposto in un contesto calcistico, mentre avrà vita più difficile in un blog di cucina;
  4. È automaticamente visibile: spesso i contenuti raggiungono gli utenti tramite il loro social graph, da gli amici che lo hanno pubblicato (o ripubblicato) sui propri canali (ad esempio il profilo Facebook). Se l’anteprima di questo contenuto (ad esempio il fotogramma di preview del video o l’immagine thumbnail) è interessante, il destinatario finale è più invogliato a interagire con il contenuto stesso;
  5. È seriale: un contenuto che vive bene da solo, ma che fa parte di una serie ha un valore molto più alto di un’attività “one shot”, perché  rende il rapporto tra chi veicola il contenuto e chi ne fruisce uno scambio continuativo;
  6. È portatile: un limite molto forte è non pensare alla portabilità del contenuto. La piattaforma utilizzata è compatibile con gli strumenti che usa il target? Il contenuto è visibile su mobile? Ha senso anche su uno schermo piccolo? La tecnologia con cui è riprodotto diminuisce il numero di persone raggiungibili? Questi aspetti sono da verificare in una strategia di contenuto efficace;
  7. È predisposto tecnicamente: l’aspetto tecnologico è la conseguenza della strategia di contenuto e deve dipendere dal target, dalla strategia e dagli obiettivi. È però molto importante rendere facile la condivisione anche a livello tecnologico: dotare i contenuti di sharing tools (come il Like button o gli altri strumenti di cui abbiamo parlato) è spesso una buona scelta che facilita molto il lavoro a chi decide di presentare il contenuto ai propri amici;

Avete previsto le maniglie per i vostri contenuti? Avete considerato la condivisione come uno degli elementi principali nella vostra strategia di contenuto?

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Mercoledì Social #31

di Valentina Zaini in News

Menù ricco per il Mercoledì Social. Questa settimana sono molte le news interessanti, e Facebook è il protagonista assoluto.

Facebook: l’Indonesia sorpassa il Regno Unito
La scorsa settimana si è registrato il sorpasso: l’Indonesia è il secondo paese con più utenti su Facebook dopo gli Stati Uniti. Solo nell’ultimo anno, la nazione asiatica, ha triplicato il numero di utenti sul social network. Ma questa crescita non si registra solo in Indonesia: a gennaio il numero di utenti attivi su Facebook era pari a 73.5 milioni, con un tasso di crescita dell’8,5%, che non si è smentito nemmeno negli ultimi mesi.

Contando che buona parte dei paesi del continente asiatico non ha acceso ad internet per motivi politici o di semplice mancanza di strutture, questa notizia fa riflettere su come l’Indonesia e i paesi asiatici, possano rappresentare un’enorme opportunità per i social media e per i brand che li usano.

Facebook attribuisce valore ai “Like”
Chi sono i likers di Facebook? La domanda ha trovato una risposta grazie alla collaborazione tra lo stesso team del social network, Hacks/Hackers e la Online Publishers Association. Dalla ricerca è emerso che i likers, rispetto agli altri utenti Facebook, sono persone più attive e impegnate nel social web, hanno più del doppio degli amici e cliccano 5,4 volte in più su link esterni. Di conseguenza è utile, per tutti i brand che vogliono aumentare la loro awareness sul Faebook, adottare metodi per attrarre e mantenere il proprio target. Alcuni esempi: l’uso di social plugins, di attività feed e di recommendations; il posizionamento strategico del “Like” button; la pubblicazione continua di contenuti; l’uso del live streaming per coinvolgere gli utenti in grandi e piccoli eventi. Il bisogno di avere maggiori informazioni riguardo gli utenti che cliccano sul “Like” button è quindi sempre più forte, soprattutto per aiutare editori e brand a capire il profilo, le potenzialità e la esigenze del proprio target.

Uno studio per capire quando gli utenti di Facebook sono più attivi
Non è una novità che gli utenti del web passano più tempo sui social media che in altri luoghi virtuali. Da poco la social media management company Vitrue, ha pubblicato uno studio che identifica i giorni e le ore in cui gli utenti del network di Zuckerberg sono più attivi. A quanto pare sono tre gli orari che, in un giorno lavorativo, segnano un picco delle conversations: le 11, le 15 (il picco maggiore) e le 20. Di conseguenza, i post pubblicati durante la mattinata, hanno un efficacia maggiore (circa il 40%) di quelli pubblicati nel pomeriggio o in serata. La ricerca evidenzia inoltre come gli utenti siano maggiormente attivi il mercoledì, e meno attivi nel week-end.

Qual’è l’importanza di questa analisi? Sicuramente aiuta chi lavora con i social media a pianificare strategie efficaci, intervenendo negli orari e nei tempi in cui gli utenti amano stare online, ed evitando quelli in cui non hanno tempo e strumenti per creare momenti di contatto e conversazione.

I nuovi gruppi di Facebook: alcuni consigli utili per le imprese
Durante l’ultimo mese, Facebook ha revisionato lo strumento dei Gruppi, facendoci comprendere meglio le potenzialità di questo strumento per le PMI. Prima di tutto è necessario affermare che i gruppi, al contrario delle pagine, non sono strumenti per la promozione di un brand. In pratica i gruppi sono un trasferimento sul social web delle relazioni tra persone reali, non solo legate al business, ma anche per interessi comuni, rapporti di amicizia o parentela. Tuttavia possono essere molto utili per avvicinarsi meglio ai consumatori (inserendosi nelle discussioni più approfondite riguardo il brand), e per fare comunicazione interna all’azienda (la bacheca diventa il luogo dove condividere idee, progress, aggiornamenti e link utili a tutti i dipendenti). Ma il risultato finale che si ottiene da questa riflessione sono le grandi opportunità che questi gruppi possono fornire ad un’azienda: essi possono diventare dei focus group di consumatori, delle live chat e dei luoghi di scambio di documenti da legare direttamente a piattaforme per l’upload di dati.

Social media e midterm elections
I social media hanno raggiunto anche la politica, a partire dalle ultime elezioni di midterm negli Stati Uniti, svoltesi pochi giorni fa. Primo fra tutti Twitter, che ha mostrato sensazioni, attese e speranze durante la lunga maratona elettorale: il tag #ivote è stato scelto per le persone che avevano appena espresso il loro voto alle urne, mentre il tag #votereport per riunire le opinioni e le esperienze sul voto. Interessante l’infografica creata dal New York Times sui tweet dei candidati, che mostra come ormai la campagna elettorale si è in buona parte trasferita sul social web. Facebook non è stato a guardare a ha stretto un accordo con l’emittente ABC, i cui utenti potevano commentare gli eventi e partecipare ai sondaggi in tempo reale, come era già accaduto per le elezioni di due anni fa, ma con una quantità di utenti più che raddoppiata (per maggiori informazioni sui dati raccolti dal Facebook Data Team si veda l’articolo di Anthony Calabrese). Prima volta in politica per Foursquare: sono stati più di 50 mila le persone che hanno fatto check in ai seggi.
E in Italia? Si potrebbe avere lo stesso riscontro e la stessa partecipazione da parte di candidati ed elettori nelle prossime elezioni?

Anche per questo Mercoledì Social è tutto. Non dimenticatevi di iscrivervi al nostro feed RSS per rimanere sempre aggiornati sul mondo dei social media. Alla prossima settimana!

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Mercoledì social #29

di Valentina Zaini in News

Come ogni settimana si rinnova l’appuntamento con il Mercoledì Social. Oggi parleremo delle novità introdotte da Starbucks per i suoi clienti, del grande successo di Foursquare, dei vantaggi di una realtà socialmente aumentata e di tanto, tanto altro. Buona lettura!

Starbucks accetta anche i pagamenti mobile…
Dopo il grande successo negli store selezionati di San Francisco e Seattle, il pagamento via dispositivo mobile arriva anche a New York e Long Island. Starbucks Card Mobile per iPhone e BlackBerry consente agli utenti di pagare il loro caffè passando nello scanner alla cassa il codice QR relativo alla loro Starbucks Card e presente sullo schermo del loro smartphone. L’operazione ha avuto grande successo, prova che gli smartphone, e in generale i dispositivi mobili, possono diventare dei veri e propri portafogli mobili in grado di far risparmiare tempo al cliente e costi all’azienda.

… e introduce il suo digital network
I pagamenti mobile di Starbucks sono nati sulla scia di un’altra nuova innovazione della società: l’introduzione di Starbucks Digital Network, pensato per chi vuole connettersi mentre sta prendendo un caffè. Si tratta di un servizio innovativo che parte dal creare prima una rete di contenuti e successivamente una rete di persone, e da cui possono trarre insegnamento molti brand. Oltre a veicolare contenuti divisi per argomenti, il network arricchisce l’esperienza del cliente nello store e crea una comunità virtuale (già ben fidelizzata) che lo renderà sostenibile e capace di anticipare le tendenze future. Una previsione che si è già avverata è l’utilizzo di soluzioni per dispositivi mobili.

Foursquare: quattro milioni di utenti sulla terra e uno nello spazio
Solo cinquanta giorni dopo il raggiungimento di tre milioni di users, Foursquare è già pronto a tagliare un nuovo traguardo entro la prossima settimana. Secondo quanto appreso da Mashable, il mobile game basato sulla geolocalizzazione, aggiunge 20.000 utenti al giorno. Un ritmo di crescita straordinario dovuto al recente rilascio della versione 2.0 per iPhone, Android e Symbian, senza dimenticare che il suo maggior competitor, Facebook Places, si trova sul social network più famoso. Il perché di questo boom? Foursquare piace perché è la sintesi di più cose che interessano a chi usa smartphone: unisce social e mobile, ed è la contaminazione tra il reale e il virtuale. Il geo-tagging inoltre apre nuove opportunità di business: il locale taggato o uno sponsor può inviare offerte e pubblicità mirate all’utente interessato.

Nel frattempo, c’è già chi ha fatto il primo check-in in orbita. Si tratta di Doug Wheelock (Astro_Wheels), comandante della International Space Station. Lo stesso ha anche inaugurato il nuovo badge di Foursquare NASA Explorer, che per gli utenti sarà possibile guadagnare quando Wheelock tornerà sulla Terra a fine novembre. Le posizioni sbloccabili con questo badge sono tutte legate alla storia del volo spaziale come lo US Space and Rocket Center in Alabama o il Kennedy Space Center.

TagWhat e la realtà socialmente aumentata
Rimenedo nel campo del geo-tagging, TagWhat si autodefinisce il primo “Social Augmented Reality Network” e permette di taggare un luogo nel momento in cui lo si vive e contemporaneamente di fruire dei contributi degli altri. Il funzionamento è semplice: attraverso la webcam del nostro smartphone, TagWhat ci mostra i tag, le opinioni, le informazioni degli altri utenti sullo stesso luogo. Il principio di una realtà socialmente aumentata consente di poter avere un livello di esperienza nuovo e più personalizzato del luogo. Un sistema decentralizzato come questo permette alla “realtà aumentata” di fare un ulteriore passo verso la diffusione capillare e di riuscire a ritagliarsi un’effettiva utilità come mezzo di informazione locale.

Twitter vede il futuro del mercato azionario
Tempo fa alcuni studi avevano già trovato il legame tra i Twitter e il cinema: i tweet potevano predire il successo o il fallimento al botteghino. Ma oggi, una ricerca presso l’Indiana University ha trovato anche il legame tra Wall Street e il social network. Analizzando i messaggi su Twitter dei mesi precedenti (oltre 9,8 milioni di tweet) e misurando il “mood collettivo”, sarebbe stato possibile predire l’ascesa e caduta del Dow Jones Industral Average, Una scoperta che non sorprende più di tanto chi lavora nel campo del marketing e dei social media: è l’ennesima prova che il social web è un luogo in cui quotidianamente vengono scambiati opinioni, pareri, preferenze. Le vere sfide sono l’analisi e l’ascolto di queste discussioni (solo per Twitter si tratta di 90 milioni di post al giorno) e l’individuazione delle esigenze degli utenti, dei metodi più efficaci di comunicazione, delle strategie di marketing più mirate e dell’eventuale scesa in campo di altri competitor.

La business guide di Facebook
Facebook è al momento il social network più importante e “popolato”, con altre 500 milioni di utenti. I brand, indipendentemente dalla loro awareness e dalla loro strategia (a volte infatti lo scopo è solo quello di creare comunità), stanno convergendo su Facebook, dove sembra più facile rimanere in contatto con i clienti, guadagnando un nuovo dominio e ampliando la globalità del brand. Brian Solis fornisce una guida per le marche che vogliono entrare nel mondo del social web, partendo da una top ten dei brands con più likers su Facebook. Il primo è Starbucks (16 milioni di “like”), seguito da CocaCola, Oreo, Skittles e Red Bull. Il trend degli ultimi anni e che continua tutt’oggi, segna la fine del commercio come lo si era sempre pensato, e l’inizio del “social commerce“. Si tratta di un processo di fidelizzazione del cliente con la creazione di una comunità sostanziosa in cui si sviluppano aree di conversazione e collaborazione.

Per questa settimana è tutto. Vi invitiamo a dire la vostra e ad iscrivervi al nostro feed RSS in modo da non perdere gli ultimi aggiornamenti social.

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Definire una strategia social media: 10 domande utili

di Stefano Maggi in News

Le domande giusteCoinvolgere il proprio target attraverso il social web richiede capacità di ascoltare e di offrire valore al consumatore, ma soprattutto richiede strategie efficaci. Prima di definire un approccio strategico è molto utile porsi le giuste domande.

Un elemento basilare è il target: capire il comportamento delle persone con cui ci vogliamo relazionare è il primo step, che si può affrontare basandosi su sei punti chiave (che potete approfondire qui).

Una volta individuato un quadro chiaro a livello demografico, psicografico e sociografico del target, prima di poter scegliere i canali di comunicazione social più efficaci è importantissimo definire una strategia social media. Ecco dieci domande a cui è molto utile rispondere prima di affrontare questo passo:

  1. Qual è il messaggio (o l’insieme di messaggi) che vogliamo trasferire al target? È utile limitarsi al massimo a due o tre, per poter sviluppare una strategia più precisa e mirata;
  2. Quale azione (o quali azioni) desideriamo che intraprendano le persone con cui ci relazioniamo? Anche in questo caso è utile non andare oltre le due o tre, per lo stesso motivo. Includiamo tutte le azioni possibili, sia quelle all’interno dei social media che quelle più concrete o addirittura legate alla vendita;
  3. Qual è il livello di conversazione del brand sul social web rispetto ai competitor? È un’indicazione utile a livello quantitativo, ma non è assolutamente una misura dello stato di salute di una marca: molte menzioni non significano molto coinvolgimento;
  4. Come si relaziona con il social web il settore di riferimento? Aiuta molto scoprire se e come avviene il coinvolgimento generalmente nel settore della marca. Si basa generalmente su informazioni? Su contenuto? Su offerte o altro? Cosa c’è alla base del rapporto tra marche e consumatori in questo settore?
  5. Quali sono le chiavi per il coinvolgimento del consumatore? A partire dall’analisi del target (già effettuata), quali sono gli elementi che favoriscono di più la conversazione per il target? Entertainment? Utilità? Socializzazione?
  6. Di cosa parlano i consumatori quando parlano della marca o del prodotto sui social media? Temi tecnici? Temi legati a esperienze personali?
  7. Qual è il livello di prossimità dei social media rispetto all’acquisto del prodotto o servizio? È possibile acquistare online o solo in un punto vendita fisico? Quanta conversazione e condivisione c’è in relazione all’acquisto?
  8. Quando si parla di più del brand sui social media? Ci sono dei momenti (dell’anno, della settimana o del giorno) in cui si parla di più del prodotto o del brand? Ci sono occasioni particolari in cui la conversazione è più attiva, anche legate a visite sul punto vendita, grazie alla geolocalizzazione?
  9. Quali barriere esistono alla conversazione? Per qualche motivo i consumatori preferiscono non parlare del brand e del prodotto sui social media?
  10. A quali esigenze pratiche del consumatore può rispondere il social web? Che cosa cercano concretamente i consumatori dalla conversazione?

Esistono molti strumenti per trovare le risposte a queste domande, alcuni semplici accessibili a tutti, altri molto professionali. È molto utile però ragionare in termini di insight: i dati di per sé non rispondono alle domande, ma aiutano a costruire ragionamenti utili a livello strategico.

Se avete altre domande che ritenete utili prima di realizzare una strategia, non vediamo l’ora di leggerle nei commenti.

Se vi è sembrato interessante questo post, considerate la possibilità di iscrivervi al blog We Are Social.

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Seminare vs “Seeding”

di Stefano Maggi in News
Avete presente i “false friends”, quelle parole inglesi che ingannano la maggior parte dei ragazzi delle medie e del liceo perché sembrano un’altra parola italiana? Ad esempio “actually” che sembra “attualmente”, “firm” che  sembra “firma”, “morbid” che sembra “morbido” o “vacancy” che sembra “vacanza”.
La novità è che siamo riusciti a crearne uno nuovo (almeno sul mercato italiano). Però un po’ diverso: infatti non crea confusione perché ha un suono simile alla parola italiana. Crea confusione perché, tradotto, vuol dire l’esatto opposto di quello che è.
Lo avete letto nel titolo: seeding. Seeding è una parola che letteralmente significa “seminare”, “piantare”. Tradotta letteralmente, è un’espressione che indica come un’azione di oggi sia la base per qualcosa che cresce, si sviluppa e fiorisce.
Seeding però – sui social media – viene sempre più spesso usato per indicare un’attività lontana dalla “semina” e con una prospettiva molto più breve. Seeding viene utilizzato per indicare l’azione continuativa di chi “sparge” (e quindi non semina) il proprio contenuto sulla rete. A volte anche in modo “non trasparente”, spacciandosi per altri utenti o impersonando improbabili fanatici del contenuto diffuso.
Esistono invece sul social web delle attività che “seminano” per costruire e che – come potete notare – non sono attività di “seeding”. Attività che, grazie all’impegno di molti, “piantano” oggi il presupposto per qualcosa che crescera e si svilupperà. Penso (per citarne due e evocarne molte) a iniziative come Pepsi Refresh, che costruiscono idee per migliorare il mondo (a prescindere dalla “purezza” dell’intento), a attività di “crowdfunding” come kiva.org in cui molti utenti danno un contributo anche piccolo a progetti di sviluppo o semplicemente a tutte quelle strategie e azioni (anche di marketing e comunicazione) che hanno il loro valore nella costruzione, anche nella costruzione di un significato.
Una marca che costruisce attraverso la conversazione un rapporto con i propri consumatori basato sul valore non sta facendo “seeding”. Sta seminando.
Vi è capitato di incrociare iniziative di “seeding”? Avete mai partecipato, invece, alla “costruzione” di qualcosa sul social web, anche ad esempio un significato o un’idea?

Avete presente i “false friends”, quelle parole inglesi che ingannano la maggior parte dei ragazzi delle medie e del liceo perché sembrano un’altra parola italiana? Ad esempio “actually” che sembra “attualmente”, “firm” che  sembra “firma”, “morbid” che sembra “morbido” o “vacancy” che sembra “vacanza”.

La novità è che siamo riusciti a crearne uno nuovo (almeno sul mercato italiano). Però un po’ diverso: infatti non crea confusione perché ha un suono simile alla parola italiana. Crea confusione perché, tradotto, vuol dire l’esatto opposto di quello che è.

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Lo avete letto nel titolo: seeding. Seeding è una parola che letteralmente significa “seminare”, “piantare”. Tradotta letteralmente, è un’espressione che indica come un’azione di oggi sia la base per qualcosa che cresce, si sviluppa e fiorisce.

Seeding però – sui social mediaviene sempre più spesso usato per indicare un’attività lontana dalla “semina” e con una prospettiva molto più breve. Seeding viene utilizzato per indicare l’azione continuativa di chi “sparge” (e quindi non semina) il proprio contenuto sulla rete. A volte anche in modo “non trasparente”, spacciandosi per altri utenti o impersonando improbabili fanatici del contenuto diffuso. Queste attività, come le bugie, hanno molto spesso le gambe corte, non sono sostenibili eticamente e in generale non generano un ritorno in termini di coinvolgimento.

Esistono invece sul social web delle attività che “seminano” per costruire e che – come potete notare – non sono attività di “seeding”. Attività che, grazie all’impegno di molti, “piantano” oggi il presupposto per qualcosa che crescera e si svilupperà. Penso (per citarne due e evocarne molte) a iniziative come Pepsi Refresh, che costruiscono idee per migliorare il mondo (a prescindere dalla “purezza” dell’intento), a attività di “crowdfunding” come kiva.org in cui molti utenti danno un contributo anche piccolo a progetti di sviluppo o semplicemente a tutte quelle strategie e azioni (anche di marketing e comunicazione) che hanno il loro valore nella costruzione, anche nella costruzione di un significato.

Una marca che costruisce attraverso la conversazione un rapporto con i propri consumatori basato sul valore non sta facendo “seeding”. Sta seminando.

Vi è capitato di incrociare iniziative di “seeding”? Avete mai partecipato, invece, alla “costruzione” di qualcosa sul social web, anche ad esempio un significato o un’idea?

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I social media e l’analisi del target dal punto di vista sociografico

di Stefano Maggi in News

L’elemento “umano” è il punto di riferimento di tutte le attività sui social media. Nell’elaborazione di una strategia, infatti, il primo elemento da prendere in considerazione è l’insieme di persone a cui ci vogliamo rivolgere (e che vogliamo coinvolgere). Un modo molto efficace di studiare il target è l’approccio “sociografico“, che mira a comprendere il target da diversi punti di vista, non limitandosi agli aspetti di età, sesso, geografia (tipici dell’approccio demografico) o di comportamento generico (tipici dell’approccio psicografico).

L’approccio sociografico individua anche le singole micro tendenze e le persone di riferimento – influencer – per il target finale.

I social media e l'analisi del target dal punto di vista sociografico

L’approccio sociografico si basa su sei domande fondamentali

  • A partire dal target di riferimento, quali sono i cluster principali (o le “nicchie”) in cui possiamo scomporlo?
  • Quali sono i luoghi digitali in cui i cluster sono attivi?
  • Il target ha già qualche tipo di relazione con il settore di riferimento o con i brand dei competitor?
  • Come si comporta il target sul social web e quali sono gli influencer di riferimento per i vari cluster?
  • Quale legame hanno i cluster con la marca e con il prodotto?
  • Quali sono gli elementi “social” che possono offrire valore aggiunto al prodotto o al servizio offerto?

Quali aspetti specifici possono essere analizzati più facilmente grazie al social web? Quali vorreste approfondire di più? Ma soprattutto, quali non possono essere individuati tramite un’analisi solo quantitativa e richiedono l’approccio “umano” tipico del social web?

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