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[INFOGRAPHIC] Il 75% delle persone preferisce acquistare prodotti di brand presenti sui social media

di Luca Della Dora in News

Abbiamo discusso più volte di quanto e come i social media siano in grado di influenzare le abitudini delle persone.

Non c’è nulla di strano in tutto questo: da sempre i comportamenti e le opinioni si basano sulle interazioni, sui consigli e le raccomandazioni dei propri familiari, dei propri amici o di persone ritenute autorevoli (specialisti di settore, ma anche personaggi molto conosciuti apparentemente poco affini ai prodotti di cui parlano – insomma, i testimonial).

Quello che Mass Relevance ha fatto è rendere concreta, attraverso i numeri, l’influenza che i social media hanno sulle persone, fino a modificare le intenzioni d’acquisto. E sono dati sicuramente interessanti visto che il 75% delle persone parla di brand sui social media (il 91% se consideriamo il range di età 18-34).

75% of People Talk About Brands on Social Media [INFOGRAPHIC]

Il fatto che il 59% delle persone dichiari di fidarsi di più dei brand che hanno una presenza social è uno dei dati che più fa pensare, così come quello legato alla predisposizione delle persone a condividere la propria esperienza con i propri contatti (o con persone con interessi affini): il 60% lo fa più volentieri se il brand in questione è attivo sul social web.

75% of People Talk About Brands on Social Media [INFOGRAPHIC]

Ma alla fin fine quello che interessa davvero a qualsiasi azienda è vendere, ed è proprio il dato relativo all’intenzione d’acquisto che deve far riflettere: il 75% delle persone tra 18-34 anni preferisce acquistare prodotti di marche che integrano le proprie attività anche sui social media.

75% of People Talk About Brands on Social Media [INFOGRAPHIC]

In un contesto in cui le persone sono sempre più immerse in flussi di informazioni maggiori, è determinante la capacità di guadagnare l’attenzione dei consumatori. L’attenzione è però una risorsa scarsa, e la possibilità di guadagnarla passa sempre più per la creazione di esperienze coinvolgenti e che non si limitino a comunicare prodotti o servizi, ma che creino valore.

Da qui potete scaricare il pdf dell’infografica completa, mentre potete usare lo spazio qui sotto per considerazioni legate a questo studio, o se pensate che una ricerca di questo studio, in Italia, avrebbe portato risultati diversi.

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La fiducia, il social web e i piccoli gruppi

di Stefano Maggi in News

Due giorni fa ho iniziato una presentazione sull’evoluzione della conversazione sui social media con questa citazione, conosciuta dai più tecnici come “Condescending Wonka”. A parte la normale soddisfazione che provoca cominciare qualsiasi incontro con un meme, ho utilizzato questa immagine perché rappresenta un esempio di oggetto sociale che si è diffuso con una crescita fortissima, come dimostra l’analisi Google Trends.

L’aspetto interessante della diffusione di questo oggetto sociale, comune a moltissimi altri casi simili, è il modo in cui è diventato “mainstream”: non perché lo ha condiviso un “VIP”, o perché lo ha pubblicato su twitter un “Mass Influencer”, o magari perché lo ha inserito un giornalista sul proprio Tumblr e nemmeno perché è legato a un evento particolare.

Il motivo della diffusione di questo meme è che esistono centinaia, forse migliaia di variazioni, tutte personalizzate. Esistono anche piattaforme (come “Meme Generator“) che consentono di crearne la propria versione. In questo modo chiunque può costruire la propria declinazione, interessante per una specifica cerchia di amici o scegliere quello che funziona meglio per le proprie “connessioni” sui social media.

La personalizzazione è la chiave di tutto il processo di crescita: rendere unica una conversazione scegliendo una sfumatura dell’oggetto sociale utile e/o interessante per la propria community.

Questo processo non si applica solo ai meme, ma a ogni interazione umana (soprattutto sui social media). Le conversazioni, infatti, si diffondono solo in parte rimanendo invariate: la maggior parte della diffusione avviene tramite migliaia di microvariazioni e attraverso centinaia di gruppi omogenei al loro interno ma diversi tra loro, come ha notato anche il ricercatore di Facebook Paul Adams.

Per le marche che vogliono sviluppare una conversazione efficace con le persone, questa regola è importantissima. L’analisi “State of Trust 2012” ha evidenziato un cambiamento nella fiducia delle persone. Diventa sempre più forte la fiducia nell’individuo: nei confronti di “persone come te” e di “dipendenti” di un’azienda. Le aziende e i loro brand, quindi, devono imparare a mettere in luce il proprio lato “umano”, su tre livelli:

  • Coinvolgendo i propri stakeholder nella conversazione (dipendenti, agenzie, partner);
  • Sviluppando un contatto personale e umano con le persone da raggiungere;
  • Individuando e coinvolgendo le persone più appassionate della marca e potenzialmente interessanti per la community;
Per questo motivo è sempre più importante studiare le persone da coinvolgere attraverso un’attività research & insight sui canali social, che permette di approfondirne il profilo sociografico: quali sono gli influencer principali e quali sono le dinamiche di “social influence” che caratterizzano la community?

Sociographics

Il coinvolgimento della community potrà quindi avvenire sulla base degli interessi e delle connessioni che i singoli individui vivono ogni giorno.

interest graph - sviluppare connessioni basate sugli interessi e le passioni

Ecco perché è fondamentale conoscere entrambi gli aspetti e considerare che la social influence non si concretizza solo attraverso “mass influencer”, ma anche attraverso piccoli gruppi, nicchie e subculture.

Se volete sapere quali sono quelle più rilevanti per la vostra marca o discutere del futuro del vostro brand in questo panorama di conversazione, scriveteci, saremo felici di aiutarvi a scoprirlo.

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Cresce ancora la fiducia nel passaparola, secondo Nielsen

di Stefano Maggi in News

Secondo una nuova ricerca pubblicata da Nielsen, la fiducia nelle raccomandazioni delle persone è ai massimi storici: le conversazioni con persone conosciute e le opinioni di consumatori pubblicate online sono in assoluto le fonti più affidabili.

L’aspetto interessante del dato è il distacco tra la fiducia attribuita alle forme di comunicazione basate sulla conversazione e le fonti più tradizionali: mentre Nielsen rileva un 92% di fiducia e di un 70% di fiducia rispettivamente per le opinioni di persone conosciute e per le opinioni di consumatori pubblicate online, la fonte al terzo posto (gli editoriali) presenta un distacco significativo, con “solo” il 58%. La pubblicità in televisione sviluppa il 47% di fiducia secondo Nielsen.

La ricerca, dal titolo “Global Trust in Advertising and Brand Messages”, è stata condotta in 56 paesi su un campione di 28000 persone.

È sempre più evidente come per le marche sia necessario integrare canali più tradizionali che hanno un buon impatto su awareness e posizionamento (come la televisione) con soluzioni di conversazione che, oltre a rafforzare il positioning e il livello di conoscenza, attivano una relazione basata sulla fiducia tra la marca e le persone.

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Fidarsi di un tweet [ricerca]

di Stefano Maggi in News

Ogni giorno riceviamo cinque volte più input rispetto a 26 anni fa e produciamo una quantità di informazione paragonabile a quello di sei giornali. In questo scenario, la risorsa più scarsa e importante è la fiducia perché ci permette di selezionare ciò che è degno della nostra attenzione. Individuare gli indicatori che segnalano quando una fonte è affidabile diventa fondamentale per le persone che interagiscono ogni giorno sul social web e ovviamente che le marche che vogliono attivare una relazione con le persone lo comprendano in profondità.

Microsoft, insieme alla Canergie Mellon University, ha rilasciato uno studio che indaga le dinamiche di fiducia su Twitter: quali persone e quali tweet sono più affidabili generalmente? Quali regole influenzano la percezione di ciò che viene twittato? Ecco i risultati.

I tweet scoperti grazie alle persone seguite sono i più affidabili: un’altra conferma dell’importanza di costruire un rapporto fatto di piccole azioni continue e non basato solo su un’azione aggressiva e “one shot”.
Il livello di credibilità cambia molto rispetto al contenuto del tweet: se la vostra marca vuole parlare di argomenti molto rilevanti è importante aver già costruito un rapporto di fiducia. Diverso è se si tratta di temi leggeri:i tweet di questo tipo sono ritenuti molto più affidabili.

 

 

Il tipo di profilo (focalizzato su un tema, uomo, donna, generico o di default) influisce sull’affidabilità percepita: se il profilo fornisce informazioni rilevanti e fa percepire l’elemento “umano” di chi sta effettuando il tweet, la fiducia cresce. I nomi che esprimono il focus dell’account (ad esempio rispetto a un argomento specifico, o a un brand) funzionano molto bene nell’aiutare a identificare chi sta effettuando il tweet, attribuendogli fiducia.

In conclusione su Twitter, anche nel rapporto tra marche e persone, valgono alcune regole fondamentali della conversazione:

  • Le interazioni che funzionano meglio mettono in primo piano la componente umana;
  • Gli account più credibili sono quelli più aperti, chiari riguardo la propria mission e espliciti nella relazione;
  • Il focus su alcuni temi permette di acquisire credibilità attraverso una leadership di pensiero;

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Di chi ti fidi?

di Stefano Maggi in News

Fiducia

L’opinione delle persone a noi più vicine è fondamentale, anche sul social web, questo lo sapevamo. La nuova tendenza, confermata da una ricerca dell’agenzia di PR Edelman, è l’aumento di fiducia nelle marche e nei loro rappresentanti.

Ha fatto parlare molto questa slide tratta dallo studio, in cui si evidenzia come tra il 2009 e il 2011 l’autorevolezza del CEO sia aumentata.

trust-ceo-peers

Di riflesso, molti si sono soffermati su come sembri diminuita la fiducia in persone definite “like yourself”.

Questo è vero solo in parte: la fiducia negli amici e persone vicine non è generalmente bassa. È molto importante considerare la domanda alla base della slide: “Se senti un’informazione riguardo un’azienda da una di queste persone, quanto sarebbe credibile?”. Risulta subito molto chiaro il motivo per cui l’amministratore delegato ha un punteggio di fiducia molto alto, insieme agli accademici, agli analisti e agli esperti: la domanda riguarda un’azienda specifica. Il CEO di un’azienda è spesso la persona più affidabile a parlare dell’azienda, ma i nostri amici sono spesso le persone più affidabili a parlare di un prodotto dell’azienda in questione.

trust-social-media

Questi dati – di pochi mesi fa – pubblicati da eMarketer, confermano che la fiducia è riposta principalmente negli amici e nelle connessioni, anche se le marche e gli “indipendenti” hanno un buon livello di autorevolezza. Interessante l’analisi di Jeremiah Owyang in proposito.

Una delle motivazioni della leggera perdita di autorevolezza relativa di alcune delle persone a noi vicine è dovuto all’allargamento del nostro “social graph”: il numero di persone con cui siamo connessi. Questo genera molto valore, ma anche molto “rumore” perché alcune delle connessioni devono essere “scremate”: è normale che tutti siano più affidabili su alcuni temi che su altri. In Italia, l’utente dei social network (come rivelano questi dati) ha mediamente 88 amici, il numero più alto in Europa.

In questo scenario quindi è importante sottolineare tre temi:

  • Aumenta l’autorevolezza delle marche e dei relativi rappresentanti;
  • Rimane da considerare la grande importanza dei “peers”, in generale in termini di fiducia;
  • È importante aiutare gli utenti a “filtrare” i segnali dai rumori, vista la continua espansione del numero medio di amici e connessioni;

Cosa pensate dell’importanza e dell’autorevolezza delle marche sul social web? Considerate autorevole il ruolo degli amici e delle connessioni più strette su tutti i temi?

I commenti sono a vostra disposizione per raccontarcelo. Se vi è piaciuto questo posto, considerate la possibilità di iscrivervi al blog We Are Social.

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