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Il social web sta cambiando molto rapidamente il ruolo delle marche, rendendole sempre più media company. Basti pensare a Red Bull ed all’impatto mediatico che ha avuto l’impresa di Felix Baumgartner, ma anche a Heineken, capace di appropriarsi del territorio della musica attraverso eventi che vivono in maniera integrata sul social web e offline, o a Starbucks, sempre più distributore di contenuti oltre che di caffè.

Questa premessa è importante per rendersi conto di quale sia l’importanza che oggi ricopre la creazione e la condivisione di contenuti di qualità, capaci di mettere al centro le persone, offrendo loro un’esperienza completa. Prendiamo in considerazione per un attimo soltanto Facebook: in poco più di un anno la % di foto presenti nei newsfeed delle persone è cresciuta dal 20% al 50% (un incremento del +150%), come testimonia una recente ricerca di PostRocket.

Quando qualche mese fa Facebook ha acquisito Instagram, quest’ultimo contava poco più di 20 milioni di utenti (ed era disponibile solo per iOS): oggi sono più di 100 milioni le persone che utilizzano il servizio, ed il 67% dei TOP100 Brand intervistati da Interbrand ha colto l’opportunità di offrire a queste persone contenuti con cui interagire (era il 59% a Febbraio). Pensate che MTV ha assunto un fotografo dedicato esclusivamente ad Instagram per condividere con la community le immagini provenienti dagli MTV Movie Awards di qualche settimana fa.

La forza di Instagram è la semplicità di utilizzo e di fruizione dei contenuti. Questo è il motivo per cui anche rispetto a canali più utilizzati, o dove i brand sono più presenti, mantiene un grado di interazione più elevato: Pinterest, ad esempio, è utilizzato dal 76% dei TOP100 brand di Interbrand, ma l’aggregato dei follower di queste marche non raggiunge le 500.000 persone, contro i più di 7 milioni di Instagram.
Oltre alla frequenza di utilizzo, ed alla maggior “mobilità” di Instagram, il motivo è da ricercarsi nel modo in cui le marche mantengono la propria presenza su Pinterest: è vero che il 76% di quei brand hanno un account, ma solo il 55% lo utilizza attivamente per condividere contenuti. Instagram è utilizzato in maniera molto più frequente dalle marche, e questo ovviamente contribuisce a coinvolgere maggiormente le persone (il 27% dei brand presenti ha più di 20.000 follower, ed il 16% addirittura più di 100.000).

Quello che sarà interessante capire è se in futuro ci sarà un’ulteriore integrazione con Facebook, non soltanto a livello di condivisione delle immagini (oggi il 98% delle immagini pubblicate sono condivise anche su Facebook), ma anche a livello di funzionalità. Il ruolo dei brand è – e dovrà sempre più essere – quello di offrire alle persone un’esperienza continua a prescindere dai canali, dai momenti e dai dispositivi con cui entreranno in contatto con i contenuti.
Per un approfondimento sullo studio relativo all’utilizzo di Instagram da parte delle marche potete consultare lo studio pubblicato da Simply Measured, mentre potete usare lo spazio dedicato ai commenti per segnalarci brand che seguite e che secondo voi stanno sfruttando nel modo migliore le potenzialità del canale.
Il 14 Maggio 1984 nasceva Mark Zuckerberg, che 22 anni dopo avrebbe dato vita a Facebook, ma la vera notizia è che il 14 Maggio 1981 fa nascevo io
, che 32 anni dopo vi avrei augurato un buon mercoledì. Un mercoledì che non può considerarsi tale se non dopo aver letto il nostro mash-up settimanale legato alle notizie del mondo del social web, del marketing e della comunicazione.
Il 51% degli utenti internet utilizza Facebook
La penetrazione dei social network tra gli utenti che accedono ad internet è in continuo aumento: Facebook guida questa classifica con il il 51% (ci si aspetta che raggiunga il 60% entro la fine dell’anno), seguito da Google+ (26%), Youtube (25%) e Twitter (22%). Altri canali come Sina Weibo, QZone e Tencent hanno numeri decisamente alti se si considera che sono frequentati da persone di precise aree geografiche.

Un altro dato molto interessante – pubblicato anch’esso da GlobalWebIndex – ci fornisce lo split per paese degli utenti attivi su Google+ e la relativa penetrazione rispetto agli utenti internet.

In Italia sono quasi 4 milioni gli utenti attivi mensili, con una penetrazione del 14%.
L’approccio personale è sempre più importante
Lo è nella vita reale, in cui una persona si sente molto più gratificata e invogliata ad interagire se capisce di essere trattata in modo unico, sulla base dei propri interessi e a quelle che sono le proprie abitudini, ma lo è ancora di più sul social web, dove conquistare l’attenzione delle persone è molto difficile, vista la quantità di stimoli cui tutti sono sottoposti continuamente.

La personalizzazione dei contenuti proposti dai brand è uno dei maggiori trend che chi si occupa di marketing ha individuato come cruciale (il 94% degli intervistati da eMarketer su questo tema).

Pardot ha condiviso un’infografica che spiega in modo molto semplice quali sono i benefici portati dalla personalizzazione e quali sono le opportunità legate al modo in cui è approcciata oggi.
Qui potete trovare l’infografica completa.
Meglio star su Youtube che innamorati
Lo dichiara il 22% degli intervistati (tra 14 e 30 anni) di uno studio condotto da Pulse Survey. L’infografica si riferisce ad una domanda molto semplice posta a 750 ragazzi con due opzioni di risposta: “cosa preferiresti ti succedesse quest’estate?”

Oltre alla percentuale decisamente alta di chi preferirebbe essere famoso su Youtube piuttosto che innamorarsi, è curioso come 1 persona su 10 dichiari di preferire superare i 10.000 follower su Twitter piuttosto che vincere un’automobile nuova. Questo dimostra come sia sempre più viva nelle persone la volontà di avere una presenza rilevante sul social web, ed una relativa influenza sulla propria cerchia di contatti. Lo studio è interessante perché riferito ad una fascia di popolazione con un’età bassa, che consente di capire in che modo stanno cambiando le abitudini, sempre meno distinte tra social web e “vita reale”.
Cosa si nasconde dietro a un commento? E dietro ad 1 miliardo di commenti?
Ce lo racconta un’infografica creata da JESS3 e condivisa da Disqus per celebrare il miliardo di commenti pubblicati sulla piattaforma. Una delle prime evidenze riguarda la lunghezza dei commenti, ed è interessante notare come il 57% di questi sia twittabile (non supera cioè i 140 caratteri), ed aumentino così la diffusione non soltanto del commento, ma anche del contenuto cui è legato.

Potete approfondire il resto dello studio direttamente sul blog di Disqus.
Foursquare è morto. Lunga vita a Foursquare.
Fin dalla sua nascita Crowley si è trovato a dover cercare investitori e un business model sostenibile con una mano, e smentire i detrattori sull’imminente chiusura del social network con l’altra. Qualche settimana fa, per l’ennesima volta, ha spiegato come non sia assolutamente nell’aria una smobilitazione del servizio, e che sia anzi ben chiara la direzione che la piattaforma sta seguendo: sempre meno location based game, sempre più luogo attraverso cui scoprire i locali più adatti alle proprie esigenze ed ai propri gusti (nel frattempo aboutfoursquare sottolinea come – in USA – il 75% dei ristoranti e delle catene di retail abbiano una presenza attiva sul canale).

Come detto poco sopra, la personalizzazione è uno degli aspetti chiave per le persone che si trovano ad interagire con i brand e la nuova menu bar presente su foursquare.com/expolore lo testimonia: è ora possibile filtrare la ricerca per range di prezzo, per special disponibili in determinati locali, ma anche per negozi aperti in quel determinato momento, per luoghi non ancora visitati o per locali in cui i propri amici vorrebbero andare.
E anche per questa settimana è tutto. Vi diamo appuntamento anche su Twitter e Facebook, dove potete seguirci e dirci la vostra sui temi che quotidianamente trattiamo e condividiamo con voi.
Sembra ieri quando abbiamo deciso di creare un appuntamento settimanale dedicato alle notizie legate alla comunicazione ed al social web da poter condividere con voi durante il week end. Sembra ieri, e invece succedeva 100 settimane fa, 100 settimane in cui sono successe un sacco di cose, in cui we are social è cresciuta (all’epoca eravamo forse in 10, ora siamo quasi 50 qui in Italia), e in cui il mondo è cambiato molto.
Ma non perdiamoci a contemplare il passato, perché – si sa – il futurismo è passato, il passatismo è futuro (#cit), quindi ecco le notizie di oggi.
Ordina la tua pizza, e guarda mentre la preparano
Domino’s Pizza è stata spesso al centro di polemiche e di attacchi da parte di detrattori, molte volte in modo esagerato, alcune a ragion veduta (ricorderete la volta in cui due dipendenti hanno ben pensato di filmarsi mentre non trattavano il cibo in modo esattamente civile e igienico): quasi sempre ne è uscita molto bene, anche grazie al social web, mettendoci la faccia ed aprendosi alla conversazione con le persone.
La trasparenza ha sempre premiato insomma. Ed è proprio da qui che è partita l’idea che sta alla base dell’attività di Domino’s di Salt Lake City: tu ordini la pizza, accedi alla sezione del sito Domino’s Live e scegli da quale webcam in cucina seguire la preparazione della tua pizza. Ovviamente la diretta non è attiva tutto il giorno, ma solo durante l’orario lavorativo (11AM – 11PM locali), quindi se volete seguire le fasi della preparazione, date un’occhiata al fusorario e sintonizzatevi su Domino’s Live.
Cambia Facebook, cambia la Privacy
Già, perché se per le marche è sempre più importante mostrarsi ed aprirsi ai propri consumatori, per le persone è spesso un grosso problema quello di veder la propria privacy violata. Nella stragrande maggioranza dei casi questo non accade per mano di hacker o utenti che desiderano invadere gli spazi altrui in modo fraudolento, ma succede per negligenza di chi gestisce la propria presenza online: sono pochissimi gli utenti che gestiscono con cura i settaggi legati alla privacy dei social network che utilizzano regolarmente, e nonostante gli sforzi da parte di Facebook di rendere sempre più gestibile da parte delle persone quest’aspetto, è ancora un nodo cruciale nella percezione di molti.

Da qui potete accedere all’infografica completa che ci racconta in che modo la privacy influisce (o ha influito) nella vita delle persone intervistate.
IBM e il film più piccolo del mondo
Data storage, microchip e atomi non sono esattamente quegli argomenti che emozionano le persone e le fanno amare un brand. IBM lo sa bene, ed ha cercato una soluzione per raccontare le implicazioni che la sua attività di ricerca in questi ambiti sta avendo (e avrà) nella produzione di tecnologie sempre più avanzate. E qual è il modo migliore di far conoscere alle persone qualcosa che non conoscono a fondo? Raccontandogliela come se fosse una storia, magari per immagini, magari con un breve video. Detto fatto:
Il video è composto di circa 250 frame in stop-motion e racconta la storia di un ragazzino di nome Atom che gioca e balla con il suo compagno di giochi, un atomo. Un atomo veramente, non una riproduzione. Già, perché come dice Andreas Heinrich – IBM Research – “In IBM i ricercatori non leggono soltanto libri e documenti riguardo la scienza, ma la fanno davvero. E questo breve film è un modo divertente per condividere con il mondo le sfide che ogni giorno affrontiamo“. Missione compiuta. La cosa interessante è anche seguire tutto il dietro le quinte della realizzazione del video: date un’occhiata, ne vale la pena.
Star Wars, come non l’avete mai visto
E a proposito di dietro le quinte, a più di 35 anni dal primo Star Wars, ecco che vengono diffuse un bel po’ di immagini relative al suo backstage.
Da appassionato della saga non posso che lasciarvi con un paio di scatti e di consigliarvi di andare a gustarvi il resto qui.




Vi lascio con un messaggio di Yoda, e vi raccomando di bere responsabilmente questa sera.

Forse vi sarà capitato di leggere questo articolo di Corriere.it la cui tesi è molto semplice: Facebook starebbe perdendo utenti in modo significativo a favore di altre piattaforme di social networking, su tutte Path, fondato da David Morin, ex Facebook e basato sulla condivisione di “messaggi privati e momenti della propria vita con amici e parenti” attraverso un’applicazione mobile.
Stiamo parlando di 6 milioni di utenti in meno negli USA e 1,5 milioni in UK il tutto negli ultimi 28 giorni. Secondo l’articolo in questione la motivazione sarebbe il “fattore noia”, citando direttamente la fonte della notizia, il Guardian che proprio oggi ha pubblicato la parziale smentita ad opera dei suoi stessi lettori.
Ma da dove vengono questi dati e queste considerazioni?
Facciamo un passo indietro, a gennaio 2013, il Guardian ha pubblicato un articolo che basandosi su una classifica prodotta dal software di social media analytics Socialbakers metteva in luce un calo degli utenti in Gran Bretagna (600 mila in 28 giorni) e iniziava a sostenere la tesi secondo la quale questo fenomeno fosse un sentore di perdita di interesse degli utenti rispetto alla piattaforma o comunque un effetto della saturazione che Facebook avrebbe raggiunto nei mercati “maturi”.
Prontamente il CEO di Socialbakers (Jan Rezab) ha fornito la sua versione dei fatti e spiegato alcuni dettagli interessanti:
Quasi il 50% della popolazione inglese è su Facebook
Il 15% della popolazione inglese ha meno di 13 anni e quindi in modo ufficiale non può essere presente su Facebook
Il 16,5% della popolazione ha più di 65 anni e tipicamente non è molto presente su Facebook (solo il 4% dei 33 milioni di persone sopra i 65 anni è su Facebook in UK)
Ma il dato forse più significativo è questo: Facebook rilascia costantemente i numeri della propria piattaforma basandosi su una delle metriche più oneste in ambito web, gli active monthly users (utenti attivi negli ultimi 28 giorni). Questo significa che se una parte di utenti (magari quelli sopra i 60 anni) non hanno utilizzato il proprio profilo negli ultimi 28 giorni non risultano tra gli utenti attivi e da qui “il calo” che ha dato spazio alla notizia sensazionale. Per non parlare del fatto che data la giovane età delle piattaforme di social networking non esiste alcuno studio sulla stagionalità legata all’utilizzo delle piattaforme stesse.
Queste considerazioni sono molto importanti per leggere in maniera corretta il fanomeno e soprattutto ci impongono una riflessione: Facebook ha raggiunto numeri tali per cui è necessaria molta cautela prima di formulare qualsiasi tesi e giungere a conlusioni affrettate. Simply Zesty ci racconta in questo post perché “non c’è alcuna storia” legata a questo fenomeno e come questi rumor si siano susseguiti nel tempo senza arrivare mai ad alcuna evidenza significativa.
L’articolo di Corriere.it prosegue poi con la seconda considerazione, individuando nella rapida crescita di Path una delle principali cause del “declino di Facebook”. Si tratta di un parere personale più che di un’evidenza dal momento che la piattaforma di Morin si basa su un’esperienza completamente diversa per l’utente rispetto a Facebook, incentrata sulla condivisione di “frammenti” della propria vita con un network di massimo 150 amici, pensata per il mobile e per “la mobilità”. È innegabile che il proliferare di piattaforme di social networking verticali, basati su un’esperienza specifica (Path, Vine, Pheed, Fancy, etc.) non facciano altro che testimoniare il crescente interesse delle persone in nuove modalità di condivisione, collaborazione e conversazione che nella maggior parte dei casi si integrano con piattaforme come Facebook o Twitter.
È altrettanto innegabile che Facebook stia concentrando molti dei suoi sforzi nel studiare, comprendere ed eventualmente acquisire alcune di queste realtà (come successo con Instagram), pensate per una user experience mobile e molto snelle nel rilasciare nuove funzionalità e nella sperimentazione di nuove dinamiche proprio grazie al numero relativamente basso di utenti attivi. Facebook deve accontentare 979.592.400 utenti e gestire 500TB di dati ogni giorno… not an easy mission…
I social media giocano un ruolo sempre più importante nelle strategie di marketing delle marche: se fino a qualche anno fa venivano visto come un terreno da esplorare, attraverso cui entrare in contatto con segmenti di consumatori specifici, oggi rappresentano il luogo grazie è possibile prendere parte alle conversazioni delle persone e influenzarne comportamenti ed abitudini.
L’utilizzo dei social network impone ai business di considerare determinante una presenza strutturata.

La consapevolezza da parte dei brand è crescente, così come la capacità di parlare un linguaggio vicino a quello delle proprie community. Invesp ha condiviso un’infografica che raccoglie dati provenienti da diversi studi che analizzano in che modo i business sono presenti sul social web, quali sono le opportunità già colte, e quali invece sono le aree in cui è possibile migliorare.
Tra le TOP100 Fortune Companies, sono 87 quelle ad essere presenti su almeno un social network, con Facebook e – soprattutto – Twitter a farla da padrona. Sono invece 1 su 2 ad essere presenti su Youtube e Linkedin, e 1 su 3 su Pinterest e Google+.
Il dato è ovviamente molto legato all’utilizzo dei canali da parte delle persone: è naturale che le marche prediligano attivare una presenza in quei luoghi che le persone vivono quotidianamente rispetto agli altri, che in molti casi vengono attivati per obiettivi specifici o attività tattiche.

Una crescente consapevolezza dicevo, una consapevolezza che nel 62% dei casi ha portato i responsabili di marketing a dichiarare che i social media sono diventati un elemento vitale delle proprie attività durante gli ultimi 6 mesi.
La presa di coscienza dell’importanza del social web non è però sufficiente ad affermare che i brand stiano gestendo al meglio la propria presenza, come dimostra il fatto che solo il 25% degli Small Business presenti afferma di aver implementato una strategia utile al raggiungimento dei propri obiettivi di comunicazione, marketing o di business.

Ma non si tratta soltanto della definizione di una strategia e di obiettivi che vadano oltre al brevissimo periodo, perché anche la gestione operativa dei canali nel day-by-day rappresenta ancora un territorio molto delicato per i brand: in media solo il 30% delle interazioni delle persone trova una risposta, e soltanto il 44% delle domande poste dai consumatori trova una risposta entro 24 ore, per arrivare ai tweet rivolti alle aziende, che vengono completamente ignorati nel 56% dei casi.

In we are social siamo convinti dell’importanza di definire a priori una strategia che consenta di ottimizzare la presenza dei clienti con cui lavoriamo quotidianamente, e che permetta di raggiungere e misurare obiettivi utili a migliorare il rapporto con le persone che le marche desiderano coinvolgere.
Per questo è molto interessante osservare non soltanto i dati relativi alla presenza delle marche, ma anche le opportunità non colte, evidenziate dall’infografica che potete trovare qui.
Buon mercoledì a tutti, per la 159esima volta siamo felici di condividere con voi la rassegna settimanale delle notizie più interessanti legate ai social media, al marketing ed alla comunicazione. Questo mercoledì è – per molti – particolarmente atteso, perché precede un periodo di vacanza che una volta tanto il calendario concede. Ah, mancano 250 giorni alla fine dell’anno (ndr).
Un tweet fa tremare la Casa Bianca, e i mercati

È bastato questo tweet a far tremare Dow Jones. Si è trattato, ovviamente, di un hack subito dall’account Twitter di Associated Press, che si è affrettata a smentire la notizia ed a comunicare l’attacco subito, ma i mercati hanno reagito immediatamente: 2 minuti sono stati sufficienti a bruciare più di 136 miliardi di dollari (sì, avete letto bene, miliardi).

Qui potete leggere i dettagli di ciò che è successo, ma la considerazione che ci impone quanto accaduto è legata, ancor prima che alla sempre maggior importanza dei social media oggi, al ruolo sempre più centrale che deve svolgere un supporto umano a ciò che viene monitorato da tool di ascolto della rete. In questo caso è stato sufficiente che l’algoritmo identificasse il tweet di Associated Press come critico, per provocare un terremoto tra i trader. Lo stesso discorso, in scala ovviamente ridotta, potrebbe essere portato su qualsiasi brand e sulla sua reputazione: è per questo motivo che riteniamo la componente umana fondamentale nel nostro lavoro di ricerca, monitoraggio e analisi delle conversazioni, e siamo certi che sarà sempre più questo il valore aggiunto, che può supportare l’attività svolta dagli strumenti scelti.
Facebook lancia un nuovo layout per le Facebook Page, da mobile
Più di 680 milioni di persone accedono ogni mese a Facebook utilizzando smartphone e tablet, e, come Zuckerberg ha ribadito diverse volte, la direzione di Facebook è sempre più quella di offrire un’esperienza che permetta di vivere in modo continuo la fruizione, a prescindere dal dispositivo utilizzato. Il lancio di Facebook Home, di cui abbiamo parlato qualche giorno fa, va proprio in questa direzione, così come l’annuncio di ieri: le Facebook Page, fruite da mobile, avranno un nuovo design.

Le maggiori novità riguardano la disposizione delle informazioni della pagina ed il modo in cui vengono presentate le call to action alle persone. Sarà anche più semplice la gestione delle pagine da parte degli amministratori, utilizzando dispositivi mobile, ma per leggere nel dettaglio tutti i cambiamenti introdotti potete leggere l’annuncio direttamente da qui.
Fruizione di contenuti: Digital vs Traditional
Uno studio di GlobalWebIndex racconta quali sono le differenze, in termini di tempo speso, tra accesso ai media tradizionali rispetto a quelli digitali. Emergono alcuni trend molto interessanti, che chiunque lavori in ambiti vicini al marketing ed alla comunicazione non può ignorare, e che devono per forza di cose essere osservati con occhi sempre più attenti anche dai brand.

Lo scenario italiano è allineato con la media globale quando si tratta di media tradizionali, mentre dimostra una minor esposizione ai contenuti digitali (poco più di 5 ore, contro le quasi 6 della media globale). Qui trovate lo studio completo.
Mobile ads per Tumblr
Tumblr sta crescendo molto rapidamente, e con più di 104 milioni di blog attivi e 30 milioni di visitatori al mese(Marzo 2013) è una piattaforma sempre più interessante anche per i brand, come dimostra anche la presenza di GE, Warner Bros, ABC o di Adidas (per cui abbiamo lavorato al lancio di adidasfootball.tumblr.com e myformula.tumblr.com).

È di poche ore fa la notizia che Tumblr ha iniziato il rollout di un nuovo sistema di ads, integrato nello stream di chi fruirà della piattaforma da iOS o Android. È la prima volta dal 2007 che l’advertising viene portato nello stream degli utenti (fino ad oggi era possibile spingere i propri contenuti attraverso Radar, che li inseriva in una sezione dedicata).

Secondo quanto riporta AdAge, gli utenti visualizzeranno un massimo di 4 ads al giorno, e li potranno riconoscere da un’icona rappresentante un dollaro in alto a destra del contenuto.
Più di un terzo dei link condivisi via Twitter sono immagini
Che le immagini siano i contenuti che aiutano maggiormente a coinvolgere le persone è cosa risaputa e testimoniata da molti studi, ma l’infografica pubblicata da LTU Technologies ci dice qualcosa di più, evidenziando il tipo di link maggiormente condivisi attraverso Twitter. Sapete, vero, qual è il tweet più popolare di sempre?
Four more years. twitter.com/BarackObama/st…
— Barack Obama (@BarackObama) November 7, 2012
Tra i link più condivisi le immagini coprono il 36% del totale, seguite molto da lontano da tutti gli altri tipi di contenuti.

E quali sono i brand e le categorie di prodotto più condivise?

Qui trovate l’infografica completa, che racconta altri fatti interessanti sulle tipologie di contenuti condivisi.
Il 26% dei consumatori pubblicano recensioni e commentano prodotti via mobile
Come riporta infatti eConsultancy – citando uno studio di Reevoo (effettuato sui website di Currys e PcWorld), a Settembre 2011, questa percentuale non toccava il 10% (precisamente l’8%), mentre oggi sono più di 1 su 4 le recensioni pubblicate utilizzando un dispositivo mobile.

Quello che emerge da questo studio è che non soltanto la diffusione di smartphone e tablet ha cambiato le abitudini di utilizzo del web per le persone, ma ne ha completamente influenzato anche il modo di interagire con i brand e con altre persone con cui desiderano scambiare opinioni e ricevere consigli.
È importante per i brand dimenticare l’assunto “mobile first”, e pensare ad un’esperienza continua tra mobile e non-mobile, proprio come quella che le persone stanno già vivendo: un approccio che imponga una strategia mobile prima di quella “tradizionale” sottintende che ci si stia riferendo a due diversi paradigmi, e non dev’essere così se si desidera offrire un’esperienza rilevante alle persone che interagiscono con il proprio brand.
Le esperienze di customer service influenzano altre persone nell’88% dei casi
È soltanto uno dei dati che emerge da uno studio condotto da dimensionalresearch.com e che ZenDesk ha pubblicato in forma di infografica. Interessante è anche il dato riguardante la differenza tra propoensione a condividere con la propria cerchia di contatti – o pubblicamente – esperienze di customer service negative rispetto a quelle positive.

I social media giocano, ovviamente, un ruolo primario nella condivisione di questo tipo di contenuti, ed è quindi sempre più importante per i brand tenerlo in considerazione: il 58% degli intervistati ha infatti dichiarato di essere molto più propenso a raccontare e condividere la propria esperienza rispetto a 5 anni fa.

È evidente come questa sia da una parte una potenziale criticità per le marche, dall’altra una grande opportunità di entrare in contatto e valorizzare il rapporto con i propri consumatori più entusiasti e soddisfatti.
Le persone entrano in contatto ogni giorno con un volume sempre maggiore di informazioni, e lo spazio di interazione per i brand è sempre più difficile da conquistare: tempo e attenzione sono risorse limitate, ed è quindi fondamentale individuare contenuti che creino valore.
Come fare? Da una parte ascoltando ciò che le persone dicono, e prendendo parte alle loro conversazioni – anziché interromperle, come accadeva sui media tradizionali – dall’altra offrendo contenuti rilevanti che saranno gli utenti stessi a ricercare in modo spontaneo.

Il social advertising funziona secondo questo paradigma e consente alle marche di individuare le persone più adatte ad entrare in contatto con un determinato messaggio, potenzialmente interessante per loro.
Quello che Twitter ha annunciato Mercoledì rappresenta un’enorme opportunità in questo senso, perché permette a qualsiasi brand di sfruttare al massimo l’interest graph in modo da proporre contenuti perfettamente personalizzati alle persone, facendo leva sui temi di cui quelle stesse persone stanno già parlando.

L’esempio riportato sul blog di Twitter può chiarire molto bene di cosa stiamo parlando.
Immaginiamo che un utente abbia twittato di aver appena ascoltato l’ultimo album della sua band preferita. La band è in tour proprio in quel momento, e a giorni suonerà a pochi km dalla città in cui vive l’utente. Il locale che organizza il concerto (o il distributore dei biglietti) potrà lanciare una campagna geotargetizzata utilizzando keyword legate a quella band, magari contenente il link diretto all’acquisto dei biglietti. In questo modo l’utente che ha twittato, troverà nella sua timeline un Promoted Tweet che gli segnalerà il passaggio del tour per la sua città, consentendogli di acquistare direttamente i biglietti.
È evidente che questo sia uno strumento con enormi potenzialità, come dimostrano anche i test che sono stati già effettuati da alcuni brand.

Questo approccio è molto simile a quello di Google, che propone alle persone annunci – potenzialmente – rilevanti per persone che effettuano determinate ricerche, facendo leva su termini correlati.
I punti di forza del Keyword Targeting di Twitter sono molto legati alla possibilità di individuare utenti interessati ai contenuti della marca in tempo reale, partendo dalle conversazioni spontanee delle persone, che dialogano con i propri contatti o condividono notizie che interessano loro.
La dashboard che permette di pianificare una campagna di questo tipo è molto semplice: consente di inserire le parole chiave su cui si desidera targettizzare e specificare la posizione geografica, il dispositivo (computer, dispositivi mobile – scegliendo tra iOS e Android, o scegliendo di proporre il messaggio in modo trasversale).

In we are social siamo assolutamente convinti che la sempre maggior personalizzazione del messaggio sia un’opportunità unica per i brand che hanno la volontà di entrare in contatto con le persone in modo davvero rilevante.
Lo scenario attuale – e non soltanto del social web – impone alle marche di creare contenuti sempre più personalizzati e quindi interessanti per le persone, per guadagnare la loro attenzione, ma devono anche essere in grado di proporlo agli utenti giusti, nel miglior momento e sul canale più corretto.
adidas #boostmi, il lancio di una rivoluzione
Non fa una piega: per celebrare l’uscita di una grande rivoluzione ci vuole un grande lancio.
Detto, fatto. L’occasione per applicare questa buona regola è stata il lancio di un nuovo prodotto adidas, con cui abbiamo lavorato per presentare un’importante innovazione che sta rivoluzionando il modo di vivere il running: Energy Boost.
Sarà stato per aver messo insieme la proiezione di live content (aggregando sotto l’hashtag #boostmi i tweet e le foto instagram) e il video mapping più grande mai realizzato in Italia (Grattacielo Pirelli, 7.000 mq), o l’averli contemporaneamente condivisi in live streaming su YouTube e Facebook.
Sarà stato per l’aver documentato e proiettato live sulla medesima superficie anche l’ennesima impresa del campione di vertical run Thomas Dold, che è stato capace di salire in 3 minuti e 32 secondi i 31 piani del “Pirellone”. Ovviamente con le adidas Energy Boost ai piedi.
Ma soprattutto crediamo che la vera riuscita di questo progetto sia stata aver fatto vivere un’esperienza continua tra online e offline a tutte le persone che si sono trovate a interagire con adidas in questo ultimo mese. Un’esperienza iniziata sul social web, proseguita in store e in un evento finale, mantenendo sempre e comunque la community adidas running al centro di tutta l’operazione. Insomma una attività di comunicazione integrata, ma integrata veramente.
Attività che ha consentito ad adidas di coinvolgere le persone facendo leva su elementi tipici del nostro approccio: quello di pensare anzitutto alla centralità delle persone, e di comunicare valori e messaggio del brand in modo da creare una vera esperienza alla quale possano partecipare in prima persona. Una regia capace di combinare e far convivere al meglio tutte le piattaforme di comunicazione oggi a disposizione.
Forse avrete già letto qualcosa su Style & Fashion, Assodigitale o Think.BigChief, ma nella pratica, come si è svolta l’operazione?
Semplice. Siamo partiti appunto dal coinvolgimento delle persone online, lanciando un’applicazione Facebook dedicata alla community adidas running che permettesse ai partecipanti di esprimere il proprio concetto di energia, elemento fondamentale e caratterizzante della tecnologia Boost, utilizzata per la prima volta proprio sulle Energy Boost ma che verrà introdotta anche su altri modelli della famiglia running adidas.
In palio un invito al party esclusivo al 31° piano del Grattacielo Pirelli, ricco di ospiti d’eccezione e di grandi sorprese.
Abbiamo coinvolto e invitato gli influencer fornendo loro un primo assaggio di ciò che Boost rappresenta per il mondo del running, inviando loro un outreach box personalizzato, e soprattutto un invito esclusivo al party.
Un’ulteriore spinta all’operazione è stata data dalla disponibilità dei testimonial adidas (da Montolivo a Nocerino, da Castrogiovanni a Gallinari) che hanno stimolato la community a partecipare condividendo il proprio concetto di energia con il resto del mondo attraverso video personalizzati.
E poi c’è stato l’evento finale che vi raccontiamo con questo video:
Ringraziamo il team adidas per averci coinvolto in questo bellissimo progetto, e per il supporto Elena Terrini (Event Manager), i ragazzi di Recipient (proiezioni/video mapping), STS (produzione tecnica proiezioni), Kaizeen (streaming e riprese), Luigi Acerra e Giacomo Carnaghi (fotografi).


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